Perché in Giappone si nasce shintoisti e si muore buddhisti

Itsukushima Shrine Torii gate standing in water at sunset with mountains in background
Itsukushima Shrine Torii gate standing in water at sunset with mountains in background

Se si cammina per le strade di Tokyo o Kyoto, prima o poi ci si imbatte in due tipi di edifici religiosi molto diversi tra loro. Alcuni hanno un grande cancello rosso che sembra invitare a entrare in un bosco sacro. Altri hanno statue di figure serene e un odore di incenso che si diffonde nell’aria.

Sono rispettivamente i santuari shintoisti (jinja) e i templi buddhisti (otera). E la cosa che sorprende molti viaggiatori è che i giapponesi, tradizionalmente, frequentano entrambi senza vedere alcuna contraddizione.

Per capire il Giappone di oggi, bisogna capire questa doppia anima religiosa. Non si tratta di due religioni in competizione, ma di due sistemi di pensiero che da quasi quindici secoli convivono, si sono mescolati e si sono poi separati, mantenendo ciascuno il proprio ruolo nella vita delle persone.

Shintoismo: la religione degli dei che vivono nelle cose

Lo shintoismo è la religione tradizionale del Giappone, nata sull’arcipelago molto prima dell’arrivo del Buddhismo. La parola giapponese Shintō significa letteralmente “la via degli dei” .

Kami: gli dei che sono ovunque

Al centro dello shintoismo ci sono i kami. Il termine viene spesso tradotto come “dei”, ma in realtà è più ampio e sfumato. Un kami può essere:

Una divinità legata a un fenomeno naturale (il sole, la pioggia, il tuono)

Uno spirito della natura (un albero secolare, una montagna, una cascata)

Un antenato venerato

Un personaggio storico eccezionale

In pratica, i kami sono forze sacre che abitano il mondo naturale e possono manifestarsi ovunque. Per questo motivo, nello shintoismo non esistono “testi sacri” come la Bibbia o il Corano: non c’è una dottrina scritta una volta per tutte. Ciò che conta sono i rituali di purificazione e le offerte per mantenere un buon rapporto con i kami.

I santuari: la casa dei kami

Un santuario shintoista (jinja) è il luogo dove i kami dimorano e dove le persone possono avvicinarsi a loro. L’elemento più riconoscibile è il torii, quel cancello rosso (ma a volte anche in pietra o legno non dipinto) che segna il confine tra il mondo profano e lo spazio sacro. Passare sotto un torii significa entrare nel territorio del kami, e tradizionalmente si fa un leggero inchino prima di attraversarlo.

All’interno del santuario si trovano diversi elementi:

Il temizuya (o chōzuya) è una fontana dove i visitatori si lavano mani e bocca prima di avvicinarsi al kami. La purezza è fondamentale nello shintoismo .

La haiden è la sala delle preghiere, aperta ai fedeli.

Dietro di essa si trova la honden, il santuario interno dove risiede il kami. Questa parte è chiusa al pubblico e spesso è molto piccola e semplice.

Cosa si fa in un santuario? Si prega, si fanno offerte (tradizionalmente si getta una moneta in una cassetta di legno), si comprano ofuda (talismani) o omamori (amuleti per la protezione) e si scrivono desideri su piccole tavolette di legno chiamate ema.

I riti dello shintoismo: nascita, matrimonio, ringraziamento

Nella vita dei giapponesi, lo shintoismo si occupa tradizionalmente dei momenti di gioia e di passaggio. Il primo santuario che un giapponese visita è spesso poche settimane dopo la nascita: è la cerimonia miyamairi, in cui il neonato viene presentato al kami protettore del territorio.

Anche il matrimonio (shinzen kekkon) viene spesso celebrato secondo il rito shintoista, con gli sposi vestiti in abiti tradizionali davanti a un altare.

Inoltre, molte festività e festival stagionali (matsuri) sono di origine shintoista: si ringrazia il kami per il raccolto, si chiede la pioggia, si celebrano i cambi di stagione.

Buddhismo: la via del risveglio che arriva dall’India

Il Buddhismo nasce in India intorno al V secolo a.C. con gli insegnamenti di Siddhartha Gautama, il Buddha (“il risvegliato”) . Arriva in Giappone intorno alla metà del VI secolo d.C., portato attraverso Cina e Corea. Inizialmente incontra resistenza, ma diventa presto la religione delle classi dirigenti e trasforma profondamente la cultura giapponese.

Le basi del Buddhismo: sofferenza e distacco

A differenza dello shintoismo, il Buddhismo ha una dottrina chiara e testi sacri. In sintesi molto semplice, gli insegnamenti del Buddha dicono che:

– La vita è sofferenza (dukkha)

– La sofferenza nasce dall’attaccamento ai desideri

– È possibile liberarsi dalla sofferenza seguendo un percorso di distacco e disciplina mentale

– L’obiettivo finale è il nirvana, lo spegnimento del desiderio e la fine del ciclo di reincarnazioni

In Giappone, nel corso dei secoli, il Buddhismo si è diviso in molte scuole diverse. Le principali sono :

Shingon (VIII secolo): una forma esoterica che usa mantra, mandala e rituali complessi. Fondata da Kūkai (noto anche come Kōbō Daishi), che stabilì il suo centro sul Monte Kōya.

Tendai (VIII-IX secolo): una scuola che cerca di unificare diversi insegnamenti buddhisti. Fu fondata da Saichō sul Monte Hiei vicino a Kyoto.

Jōdo (XIII secolo): la “Terra Pura”, una scuola che insegna che la salvezza si ottiene attraverso la fede in Amida Buddha, ripetendo una preghiera semplice. Fu fondata da Hōnen.

Zen (XIII secolo): la scuola della meditazione, che arriva in Giappone dalla Cina. Il termine Zen deriva dal cinese Chán, che a sua volta viene dal sanscrito dhyāna (“meditazione”).

Nichiren (XIII secolo): una scuola molto attiva e a volte militante, fondata dal monaco Nichiren, che si basa sulla recitazione del Sutra del Loto.

I templi: luoghi di meditazione e di culto

Un tempio buddhista si riconosce da diversi elementi. La porta d’ingresso è spesso affiancata da due statue imponenti: i Niō, i guardiani che proteggono l’ingresso. All’interno si trovano statue del Buddha e dei bodhisattva (esseri illuminati che hanno scelto di rimanere nel mondo per aiutare gli altri).

Nei templi si brucia incenso, si recitano sutra (testi sacri), si medita. I monaci buddhisti, riconoscibili dalle tonache, vivono all’interno del complesso templare e conducono una vita di preghiera e studio.

I riti del Buddhismo: funerali e memoria degli antenati

In Giappone, il Buddhismo è tradizionalmente la religione che si occupa della morte e del destino dell’anima nell’aldilà. La stragrande maggioranza dei funerali giapponesi segue il rito buddhista. Dopo la cremazione, le ceneri vengono sepolte in una tomba di famiglia, spesso all’interno del cimitero annesso al tempio.

Le famiglie mantengono un altare buddhista in casa, il butsudan, dove si pregano gli antenati. Periodicamente si torna al tempio di famiglia per commemorare i defunti.

Questa divisione dei ruoli spiega il detto popolare secondo cui in Giappone “si nasce shintoisti, ci si sposa cristiani (per moda, in molti casi) e si muore buddhisti”. Non è del tutto preciso, ma rende l’idea della specializzazione funzionale.

Quando due religioni diventano una sola: lo shinbutsu shūgō

Per quasi mille anni, dall’arrivo del Buddhismo fino alla metà dell’Ottocento, shintoismo e Buddhismo non sono stati separati. Si è invece sviluppato un fenomeno chiamato shinbutsu shūgō, ovvero la “sintesi tra kami e Buddha” .

L’idea di base era semplice e geniale: se il Buddhismo era arrivato dall’India e dalla Cina come insegnamento universale, come si poteva conciliare con gli dei locali giapponesi? La risposta che prevalse fu la teoria honji suijaku: i kami shintoisti sono in realtà manifestazioni temporanee dei Buddha e dei bodhisattva, apparsi in Giappone in quella forma per salvare gli esseri umani .

In pratica, questo significava che:

– I santuari shintoisti e i templi buddhisti spesso condividevano lo stesso terreno.

– Gli stessi sacerdoti potevano officiare riti sia shintoisti che buddhisti.

– Una persona poteva pregare un kami per un problema terreno e rivolgersi al Buddha per la salvezza spirituale.

Questa sintesi durò fino alla fine del periodo Edo (metà dell’Ottocento) e ha lasciato tracce profonde nella cultura giapponese. Ancora oggi, molti giapponesi hanno in casa sia un kamidana (la “mensola degli dei” shintoista) che un butsudan (l’altare buddhista) .

La brutale separazione dell’era Meiji

Tutto cambiò con la Restaurazione Meiji (1868). Il nuovo governo imperiale, nel tentativo di creare uno stato moderno e centralizzato, decise di separare con la forza shintoismo e Buddhismo .

La politica si chiamò shinbutsu bunri (“separazione di kami e Buddha”) . Il governo emanò una serie di editti che:

– Vietavano di usare termini buddhisti per riferirsi ai kami

– Proibivano la presenza di monaci buddhisti nei santuari

– Ordinavano la distruzione di statue, sutra e oggetti buddhisti all’interno dei santuari

Le conseguenze furono drammatiche. In tutto il Giappone migliaia di templi furono chiusi, le loro terre confiscate, le campane di bronzo fuse per fabbricare cannoni . Il movimento si chiamò haibutsu kishaku, letteralmente “abolire il Buddha e distruggere Shākyamuni” (il Buddha storico).

Lo shintoismo venne elevato a religione di stato, e il culto dell’imperatore (discendente diretto della dea del sole Amaterasu) divenne il centro dell’ideologia nazionale. Il Buddhismo, dopo un periodo di grave crisi, riuscì a sopravvivere e a riorganizzarsi, ma il rapporto tra le due religioni non fu più lo stesso.

Oggi, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, lo shintoismo di stato è stato abolito e le due religioni coesistono in modo indipendente. Ma la separazione non è mai stata del tutto netta: molti giapponesi continuano a frequentare entrambi senza pensarci troppo.

Come distinguerli in un viaggio in Giappone

Per un visitatore, riconoscere un santuario shintoista da un tempio buddhista è semplice, se si sa cosa cercare.

Santuario shintoista (jinja)

Torii all’ingresso: il grande cancello a forma di “Pi” (come la lettera greca) è l’elemento distintivo.

Materiali naturali: legno non dipinto o appena intonacato, atmosfera di bosco sacro.

Komainu: due statue di leoni-cani che “guardiano” l’ingresso.

Niente statue di Buddha: le divinità non sono rappresentate in forma umana (il kami dimora nell’oggetto sacro nascosto all’interno).

Preghiera: ci si inchina due volte, si battono le mani due volte (per “chiamare” il kami), ci si inchina una volta. Poi si getta la moneta.

Tempio buddhista (otera)

Porta con guardiani (Niō): all’ingresso ci sono due statue muscolose e minacciose.

Statue di Buddha o bodhisattva: figure serene in bronzo o legno, spesso dorate.

Incenso: si brucia incenso, e talvolta lo si porta verso il viso o la testa per purificarsi.

Cimitero: quasi sempre c’è un cimitero annesso al tempio.

Preghiera: non si battono le mani. Ci si avvicina in silenzio, si mettono le mani giunte, ci si inchina.

Un caso particolare: lo stesso posto

A volte capita di vedere un tempio buddhista che ha un piccolo torii all’interno, o un santuario con una pagoda. Sono le tracce dello shinbutsu shūgō, sopravvissute nonostante la separazione forzata. In alcuni luoghi, come il celebre santuario Tsurugaoka Hachiman-gū a Kamakura, si possono ancora vedere elementi buddhisti (come le statue dei Niō) che furono “esiliati” durante l’era Meiji ma poi conservati come patrimonio culturale .

Quanti giapponesi sono religiosi? Una domanda complicata

Secondo i dati dell’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone, i numeri dei fedeli registrati sono sorprendenti: circa 87 milioni di shintoisti e 83 milioni di buddhisti . Il problema è che la popolazione totale del Giappone è di circa 126 milioni di persone. La somma supera di gran lunga il numero degli abitanti.

Come è possibile? Perché molti giapponesi si dichiarano contemporaneamente shintoisti e buddhisti, senza che sia richiesto alcun rito di iniziazione o di appartenenza esclusiva. In Occidente siamo abituati a religioni che si escludono a vicenda: o sei cristiano o sei musulmano, ma non puoi essere entrambi. In Giappone questa logica non si applica.

Per la maggior parte dei giapponesi, la religione non è un’identità esclusiva, ma un insieme di pratiche e rituali legati ai momenti della vita. Si va al santuario per il capodanno, si va al tempio per il funerale della nonna. Si partecipa alla processione del quartiere, si prega gli antenati. Non c’è contraddizione, perché i due sistemi rispondono a bisogni diversi.

Un consiglio per chi visita il Giappone

Se entrate in un santuario o in un tempio, non preoccupatevi di “sbagliare” qualcosa. I giapponesi sono abituati ai visitatori stranieri e non si aspettano che conoscano tutte le regole. Basta osservare cosa fanno gli altri e imitarli con rispetto.

Alla fontana di purificazione (temizuya), si prende il mestolo di legno con la mano destra, ci si lava la mano sinistra, poi si cambia e ci si lava la mano destra, poi si versa un po’ d’acqua nella mano sinistra e ci si sciacqua la bocca (senza bere direttamente dal mestolo). Infine si sciacqua il manico del mestolo. Non è obbligatorio farlo alla perfezione: l’intenzione conta più del gesto.

Se vedete una campana con una corda spessa, potete suonarla prima di pregare (nei santuari). Nei templi, invece, di solito non si suona nulla.

E se vi sentite confusi, va bene così. Anche molti giapponesi, se interrogati, faticano a spiegare la differenza. La loro religione non è un insieme di dogmi, ma un modo di vivere il rapporto con il sacro, con la natura e con gli antenati. Ed è proprio questa fluidità a renderla affascinante.

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