In Giappone si compra meno cemento che ai tempi delle Olimpiadi del 1964

Construction site with yellow cranes, building materials, and surrounding city buildings under cloudy sky
Construction site with yellow cranes, building materials, and surrounding city buildings under cloudy sky
A busy urban construction site with multiple cranes on a cloudy day.

C’è un dato che racconta meglio di molti altri articoli lo stato dell’economia giapponese nel 2026: quest’anno, secondo le previsioni dell’associazione di settore, la domanda di cemento in Giappone scenderà al livello più basso da quando la statistica viene rilevata. E quel livello è inferiore a quello del 1964 — l’anno in cui Tokyo ospitò per la prima volta i Giochi Olimpici e il paese era in piena corsa allo sviluppo.

Secondo la Japan Cement Association — l’associazione che riunisce i produttori di cemento del paese — la domanda interna di cemento nell’anno fiscale 2026 è prevista scendere a 30 milioni di tonnellate, al di sotto delle 31,05 milioni di tonnellate registrate nell’anno fiscale 1964. Il calo non riflette solo un calo della domanda di costruzioni, ma anche un rallentamento profondo del settore edilizio causato dalla carenza di manodopera e dalle riforme del lavoro che hanno imposto un tetto agli straordinari.

Dal picco del 1990 a oggi: una caduta in sessant’anni

Per capire la portata di questa notizia, serve un po’ di contesto. Il cemento è uno dei materiali più usati nell’edilizia: serve per costruire case, ponti, gallerie, strade, infrastrutture. La quantità di cemento che un paese consuma in un anno è uno degli indicatori più diretti della sua attività costruttiva.

La domanda di cemento in Giappone aveva raggiunto il suo picco storico nel 1990, con 86,28 milioni di tonnellate — tre volte il livello attuale. Da allora è in calo costante, seguendo il declino demografico del paese e la riduzione della spesa pubblica in infrastrutture. In passato questi cali erano legati a cicli economici o a tagli alla spesa; quello attuale è invece considerato strutturale — cioè difficilmente reversibile.

Perché si costruisce meno: la riforma del lavoro come freno inatteso

Una delle cause più interessanti — e meno intuitive — di questo calo è una legge entrata in vigore nel 2024: la riforma del lavoro che ha imposto un tetto massimo agli straordinari nel settore edile. Per anni, le imprese di costruzione giapponesi avevano operato con lavoratori che lavoravano orari enormi. La nuova normativa, pensata per tutelare i lavoratori e ridurre i fenomeni di karoshi — la morte per superlavoro — ha avuto un effetto collaterale imprevisto.

L’implementazione delle riforme ha allungato significativamente i tempi di completamento dei cantieri, spesso estendendo da dodici a diciotto mesi i progetti originariamente pianificati per un anno. Questo naturalmente riduce il volume annuale di cemento necessario, comprimendo la domanda complessiva. In sostanza: si costruisce ancora, ma più lentamente — e il cemento che prima veniva consumato in un anno ora viene distribuito su un anno e mezzo.

Il problema demografico sullo sfondo

Una senior analyst di Meiji Yasuda Asset Management ha commentato: “Il calo nelle spedizioni causato dalle riforme del lavoro durerà probabilmente ancora a lungo. Tuttavia, la domanda sostitutiva legata a infrastrutture pubbliche e altri progetti dovrebbe alla fine aiutare a mettere un pavimento al declino. La domanda di cemento è prevista in aumento negli Stati Uniti, in Australia e nel Sud-est asiatico.” Per questo, i produttori giapponesi stanno puntando sempre di più sull’export — trasformandosi da industria orientata al mercato interno a industria orientata all’Asia del Pacifico.

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