
Se c’è una notizia economica che i giapponesi hanno atteso con impazienza negli ultimi mesi, è questa. Nella settimana dal 23 al 30 marzo 2026, il prezzo medio del riso nei supermercati giapponesi è sceso a 3.935 yen per 5 chilogrammi — il settimo calo consecutivo settimanale, secondo i dati pubblicati il 3 aprile dal Ministero dell’Agricoltura. La rilevazione si basa sulle vendite di circa 1.000 supermercati in tutto il Giappone.
Non è solo un dato statistico. Il riso, in Giappone, è qualcosa di molto più di un alimento di base: è un simbolo culturale, un termometro del benessere delle famiglie, e negli ultimi anni è diventato anche un indicatore politico scottante. Il suo calo di prezzo sette settimane di fila è una notizia attesa e celebrata.
Come il riso è diventato un caso politico
Per capire perché questo calo sia così significativo, bisogna tornare indietro di circa due anni. Nel 2023, un’estate straordinariamente calda danneggiò i raccolti di riso in tutto il Giappone. Le scorte private cominciarono a scendere. Nel 2024, la domanda di riso era cresciuta per diverse ragioni: il boom del turismo straniero, l’aumento della popolazione straniera residente, la ripresa della ristorazione dopo gli anni del Covid. La combinazione di offerta ridotta e domanda alta spinse i prezzi in su. Poi, nella seconda metà del 2024, arrivò il panico da scorte: le famiglie cominciarono ad accaparrarsi riso, i supermercati si svuotarono, e i prezzi schizzarono a livelli mai visti in decenni.
In agosto 2024, l’allerta per il possibile terremoto di Nankai — uno dei più temuti scenari catastrofici per il Giappone — spinse le famiglie ad acquistare scorte di riso, accelerando ulteriormente la carenza e facendo salire i prezzi. Il riso è un alimento con domanda molto rigida: anche piccole variazioni nell’offerta provocano grandi variazioni nei prezzi.
Il governo aveva riserve strategiche di riso — accumulate negli anni per fronteggiare calamità naturali o carestie — e le ha liberate sul mercato, con l’obiettivo di venderle ai dettaglianti a 2.000 yen per 5 kg. Ma le riserve di stato sono composte da riso immagazzinato da anni: in Giappone, il riso appena raccolto si chiama shinmai (新米, letteralmente “riso nuovo”) ed è percepito come più buono e fresco. Quello del governo era considerato di qualità inferiore, e molte famiglie erano riluttanti ad acquistarlo.
Le scorte ora abbondano: il mercato si sta normalizzando
Le scorte private di riso a fine giugno sono stimate tra i 2,21 e i 2,34 milioni di tonnellate — una cifra che supera l’intervallo considerato adeguato dal governo, fissato tra 1,8 e 2 milioni di tonnellate. Con questa abbondanza di offerta, la pressione al ribasso sui prezzi sta emergendo anche nelle transazioni tra grossisti.
Il prezzo del riso ha anche superato un simbolico traguardo psicologico: è sceso al di sotto dei livelli dell’anno precedente, quando i prezzi erano già nella fascia dei 4.000 yen e il governo aveva cominciato a liberare le riserve strategiche. Non significa che i prezzi siano tornati ai livelli di prima della crisi — quando una busta da 5 kg costava intorno ai 2.000 yen — ma la tendenza è chiaramente ribassista.
Perché il riso in Giappone è anche una questione politica
Non molti paesi al mondo trasformano il prezzo del riso in una crisi di governo. Il Giappone sì. Nel 2025, un ex ministro dell’Agricoltura fu costretto a dimettersi dopo aver dichiarato pubblicamente di ricevere riso gratis dai suoi sostenitori — una gaffe imperdonabile mentre milioni di famiglie facevano fatica a permettersi il prodotto di base più importante della dieta giapponese.
La crisi del riso ha quindi una dimensione culturale profonda. Il riso non è solo nutrimento: è identità nazionale, tradizione agricola, memoria collettiva. In un paese che ha ridotto drasticamente le sue coltivazioni di riso dagli anni Settanta in poi — per contenere i surplus e tenere alti i prezzi agli agricoltori — la carenza di quel cibo che sembrava sempre garantito ha colpito un nervo scoperto.
Il calo progressivo dei prezzi in queste settimane è il segnale che il mercato si sta lentamente riequilibrando. Non è ancora una certezza — la produzione 2026 è stimata in calo di 370.000 tonnellate rispetto al 2025, e rimane il rischio di nuove tensioni con i prossimi raccolti. Ma per ora, la busta da 5 chili al supermercato torna finalmente a costare un po’ meno.

