
Negli ultimi giorni di marzo 2026, lo yen giapponese ha attraversato una delle sue settimane più difficili degli ultimi due anni. Il cambio ha superato quota 160 yen per un dollaro, il livello più debole dalla metà del 2024, e il governo di Tokyo ha risposto con toni sempre più allarmati, lasciando intendere di essere pronto a intervenire direttamente sui mercati valutari. È una notizia che riguarda molto più della finanza: un cambio così debole colpisce la vita quotidiana di milioni di giapponesi, rendendo più caro quasi tutto quello che il paese importa dall’estero.
Cos’è lo yen e perché il suo valore conta
Lo yen (¥) è la valuta nazionale del Giappone. Quando si dice che lo yen è “debole”, si intende che con la stessa quantità di yen si comprano meno dollari — o, detto altrimenti, che i prodotti pagati in dollari costano di più ai giapponesi. Per un paese come il Giappone, che dipende fortemente dalle importazioni per l’energia e molte materie prime, un cambio sfavorevole è un problema serio e diretto: aumentano i costi per le aziende e i prezzi nei negozi.
Perché lo yen si è indebolito proprio ora
La causa principale è la guerra in Medio Oriente, scoppiata a fine febbraio 2026. Il conflitto ha spinto al rialzo i prezzi del petrolio e ha aumentato l’incertezza globale, spingendo molti investitori ad abbandonare valute considerate rischiose — tra cui lo yen — a favore del dollaro, ritenuto un porto sicuro nei momenti di crisi.
Il Giappone importa il 95% del greggio necessario ai propri consumi: è tra le economie più vulnerabili a uno shock energetico come quello in corso. Un prezzo del petrolio più alto, unito a uno yen più debole, crea una specie di doppio svantaggio: si paga di più per il petrolio, e ogni dollaro speso costa anche più yen del solito.
C’è poi un problema strutturale che dura da anni. La Bank of Japan — la banca centrale del paese, l’equivalente della nostra Banca Centrale Europea — ha mantenuto a lungo tassi di interesse molto bassi, molto più bassi di quelli americani. Questo ha reso più conveniente per gli investitori globali tenere i propri risparmi in dollari piuttosto che in yen, contribuendo alla debolezza della valuta giapponese.
Cosa ha detto il governo
Il governatore della Bank of Japan, Kazuo Ueda, ha dichiarato al Parlamento che i movimenti del mercato valutario sono tra i fattori che influenzano in modo significativo l’economia e i prezzi, aprendo alla possibilità di un futuro rialzo dei tassi anche come risposta indiretta al cambio.
Nel frattempo, il vice ministro delle Finanze per gli Affari Internazionali, Atsushi Mimura, ha usato per la prima volta dall’inizio del suo mandato l’espressione “misure decisive”, lasciando intendere che le autorità potrebbero intervenire direttamente sul mercato. Nel gergo dei funzionari giapponesi, questo tipo di linguaggio è considerato un segnale importante: di solito precede un’azione concreta.
Cosa significa “intervenire sul mercato valutario”
Quando un governo interviene sul mercato valutario, acquista direttamente la propria valuta usando le riserve in valuta estera accumulate nel tempo — in questo caso, venderebbe dollari per comprare yen, aumentandone la domanda e, teoricamente, il valore. È una mossa costosa e non sempre efficace, ma serve a dare un segnale ai mercati e a frenare le speculazioni.
Il Giappone ha già percorso questa strada in passato. L’ultima volta risale all’estate del 2024, quando lo yen aveva superato i 160 yen per dollaro. Anche allora l’intervento stabilizzò temporaneamente i mercati, ma non risolse il problema di fondo.
Lo yen debole e i salari: un quadro complicato
La situazione attuale si inserisce in un momento delicato per l’economia giapponese, caratterizzata da dinamiche contraddittorie.
Da un lato, le notizie sui salari sono incoraggianti. Secondo i dati pubblicati dalla confederazione sindacale Rengo (la principale organizzazione dei lavoratori in Giappone) il 23 marzo 2026, il tasso medio di aumento salariale — inclusi gli scatti di anzianità — si è attestato al 5,26%. Questi numeri emergono dallo shuntō, la tradizionale tornata annuale di trattative sindacali tra lavoratori e aziende che si svolge ogni primavera in Giappone: è il momento in cui milioni di lavoratori vedono ridefinite le proprie buste paga per l’anno successivo.
Dall’altro lato, però, la distanza tra i grandi gruppi industriali e le piccole e medie imprese resta significativa: per le PMI, alzare i salari è più difficile, e permane il rischio di una crescente “stanchezza da aumenti salariali” nel caso in cui le condizioni economiche dovessero deteriorarsi.
La Bank of Japan ha mantenuto il tasso di interesse allo 0,75% nella riunione di marzo 2026 — il livello più alto dal 1995, ma ancora molto basso rispetto agli standard internazionali. La banca centrale ha segnalato che continuerà ad alzare i tassi gradualmente, ma la guerra in Medio Oriente e le sue ricadute sull’economia rendono ogni scelta più difficile.
Cosa può succedere adesso
Il quadro è incerto. Se la guerra in Medio Oriente dovesse prolungarsi e il petrolio rimanesse costoso, la pressione sullo yen potrebbe intensificarsi ulteriormente. Secondo le stime dell’Istituto di ricerca Daiwa, se il prezzo del greggio si stabilizzasse intorno ai 150 dollari al barile, la crescita del PIL giapponese per il 2026 potrebbe scendere in territorio negativo compromettendo i progressi faticosamente ottenuti negli ultimi anni.
Per ora, il governo sembra scommettere su una combinazione di avvertimenti verbali, possibili interventi valutari selettivi, e una politica monetaria che rialza i tassi in modo prudente. Non è una strategia priva di rischi, ma riflette la posizione difficile in cui si trova il Giappone: un paese che vuole proteggere la propria valuta senza frenare una ripresa economica ancora fragile.

