Il Giappone apre il suo primo mercato obbligatorio del carbonio

Da questa settimana, le grandi aziende giapponesi che emettono grandi quantità di CO₂ non possono più fare quello che vogliono. Da aprile 2026, tra le 300 e le 400 imprese con emissioni dirette di almeno 100.000 tonnellate di CO₂ l’anno sono soggette a obblighi obbligatori di rendicontazione climatica nell’ambito del nuovo sistema nazionale di scambio delle emissioni. Queste aziende — che insieme coprono circa il 60% delle emissioni totali del Giappone — dovranno presentare entro settembre 2027 i calcoli del proprio impatto climatico e definire obiettivi di riduzione delle emissioni. La compravendita di quote di emissione sul mercato inizierà l’anno prossimo, dopo l’assegnazione delle quote iniziali.

È una svolta significativa per un paese che per decenni ha gestito la questione climatica su base volontaria.

Cos’è il GX-ETS e come funziona

Il sistema si chiama GX-ETS, dove GX sta per Green Transformation — la strategia giapponese per trasformare l’economia da dipendente dai combustibili fossili a orientata all’energia pulita. L’ETS, invece, è l’acronimo inglese di Emissions Trading System, cioè “mercato delle emissioni”.

Il meccanismo funziona come un mercato di permessi: ogni azienda riceve un tetto annuale di emissioni consentite, espresso in quote. Chi inquina meno del tetto assegnato può vendere le quote in eccesso ad altre aziende che invece superano il proprio limite e devono acquistarle. In questo modo si crea un incentivo economico diretto a ridurre le emissioni: inquinare costa, ridurre conviene.

Non si tratta di un’idea nuova in assoluto: l’Unione Europea ha il proprio sistema dal 2005, e la Cina ha lanciato il suo nel 2021. Il GX-ETS è destinato a diventare il secondo più grande mercato del carbonio in Asia, dopo quello cinese.

Da volontario a obbligatorio: un cambiamento storico

Il Giappone non parte da zero. Nel 2023 aveva già lanciato una versione volontaria del GX-ETS: le aziende potevano scegliere di aderire, ma non erano obbligate. Circa 800 imprese avevano partecipato in modo volontario nella prima fase. Ora il sistema diventa vincolante, e la platea si restringe ma si fa cogente: saranno obbligate a partecipare le aziende con emissioni superiori alle 100.000 tonnellate annue di CO₂, circa 300-400 soggetti.

I settori industriali coinvolti sono quelli più inquinanti: energia elettrica, acciaio, cemento, carta e chimica. Tra le aziende incluse figura anche Japan Airlines, la principale compagnia aerea del paese. La compagnia ha dichiarato che l’impatto sui processi aziendali complessivi sarà “limitato”, anche se le nuove regole richiederanno attività aggiuntive di rendicontazione e verifica.

Il governo ha fissato un tetto e un pavimento ai prezzi

Una delle caratteristiche più originali del sistema giapponese è la sua architettura di prezzi. A differenza dell’ETS europeo, dove il prezzo delle quote di emissione fluttua liberamente in base alla domanda e all’offerta, il governo giapponese ha stabilito un prezzo minimo e un prezzo massimo per le quote. Se il prezzo di mercato scende sotto il minimo, il governo ritira quote dal mercato tramite aste inverse. Se invece sale sopra il massimo, le aziende possono pagare direttamente quella cifra al governo per coprire il loro eccesso di emissioni. L’obiettivo è garantire stabilità e prevedibilità per le imprese che devono pianificare investimenti a lungo termine.

Alcune analisi indicano che, se il prezzo delle quote dovesse salire a 70 dollari per tonnellata — il livello attuale dell’ETS europeo — i settori delle utility e dei materiali potrebbero vedere i propri utili a rischio per oltre il 10%. Per ora i prezzi in Giappone sono significativamente più bassi, ma il sistema è progettato per crescere nel tempo.

Il traguardo: zero emissioni entro il 2050

Il GX-ETS fa parte del piano più ampio del Giappone per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 e ridurre le emissioni del 46% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013. Per finanziare la transizione, il governo ha emesso i cosiddetti GX Bond — titoli di stato verdi — con cui conta di raccogliere circa 20.000 miliardi di yen (circa 135 miliardi di dollari) entro il 2032, da destinare a investimenti pubblico-privati per la decarbonizzazione.

Il Giappone arriva a questo passaggio con qualche anno di ritardo rispetto all’Europa, ma con un approccio pragmatico pensato per non destabilizzare un tessuto industriale che resta tra i più importanti del mondo. Se riuscirà a rendere il sistema abbastanza ambizioso da incidere davvero sulle emissioni è una domanda a cui i prossimi anni dovranno rispondere.

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