
C’è una data ormai sul calendario della politica giapponese: primavera 2027. È l’orizzonte temporale che la premier Sanae Takaichi ha indicato domenica 12 aprile 2026 al congresso annuale del partito di governo come traguardo per avanzare concretamente una proposta di revisione costituzionale. È la prima volta che il processo verso la modifica della Costituzione — immutata dal 1947 — riceve una scadenza pubblica così precisa da parte di un primo ministro in carica.
Parlando alla 93ª Convenzione Annuale del Partito Liberal Democratico (LDP) a Tokyo, Takaichi — che è anche presidente del partito — ha dichiarato: “Speriamo di tenere la prossima Convenzione in una situazione in cui poter dire che c’è una prospettiva concreta di proporre un emendamento costituzionale.” Ha anche espresso la sua disponibilità a tenere un referendum popolare sulla revisione.
Il Congresso dell’LDP: un evento che segna la direzione del paese
Per capire il peso di questo annuncio, bisogna sapere cosa rappresenta il Congresso annuale dell’LDP nel sistema politico giapponese. Il Partito Liberal Democratico — in giapponese Jiyū-Minshutō — è il partito che ha governato il Giappone per quasi tutta la sua storia repubblicana dal 1955 in poi. Il suo congresso annuale è l’occasione in cui il partito adotta ufficialmente le proprie politiche per l’anno in corso e fissa le priorità dell’agenda di governo.
Al congresso di domenica, l’LDP ha approvato formalmente la propria politica di campagna per il 2026, che include l’obiettivo di sottoporre al Parlamento — la Dieta — una bozza di emendamento costituzionale, attraverso la creazione di commissioni di redazione in entrambe le camere. Non si tratta più di un’intenzione vaga: è un obiettivo ufficialmente adottato dal partito di maggioranza.
Le parole della premier: “È arrivato il momento”
Takaichi ha dichiarato che la revisione costituzionale volontaria “elaborata dal popolo giapponese è un principio fondante del partito” e che “il momento è arrivato”. Ha anche invitato i cittadini a chiedersi “se siamo pronti a voltare una nuova pagina nella storia”.
Alla Convenzione era presente anche Hirofumi Yoshimura, leader del Japan Innovation Party (JIP) — il partito alleato della coalizione di governo — che ha sollecitato apertamente: “Questo è esattamente il momento di agire.” I due partiti insieme controllano oltre i tre quarti dei seggi della Camera Bassa, ben oltre la soglia dei due terzi necessaria per avviare il processo di revisione.
Cosa si vuole cambiare e come funziona il processo
Le modifiche più discusse riguardano due aspetti. Il primo è l’inserimento di un riferimento esplicito alle Forze di Autodifesa nell’Articolo 9 — la clausola pacifista che dal 1947 vieta al Giappone di avere un esercito offensivo. Il secondo è l’introduzione di un nuovo articolo sulle emergenze nazionali, che darebbe al governo poteri straordinari in caso di invasione o catastrofe.
Per modificare la Costituzione giapponese è necessario un percorso in due fasi: prima l’approvazione di due terzi di entrambe le camere del Parlamento, poi una maggioranza semplice in un referendum popolare. Con la vittoria schiacciante alle elezioni di febbraio 2026, la coalizione LDP-JIP ha già i numeri alla Camera Bassa. Il nodo è il Senato — la Camera Alta — dove la coalizione è ancora a corto della maggioranza assoluta, e dovrà trattare con partiti di opposizione.
Le 30.000 persone in piazza contro la revisione
Non tutti sono d’accordo. Pochi giorni prima del congresso LDP, mercoledì sera, davanti alla sede del Parlamento si è tenuta una manifestazione contro la revisione costituzionale intitolata “Azione di emergenza per proteggere la Costituzione della pace”. Secondo gli organizzatori, circa 30.000 persone — in gran parte giovani e donne, molti coordinati tramite i social media — si sono riunite tenendo in mano penne luminose e cartelli illuminati, scandendo slogan come “Premier Takaichi, rispetti la Costituzione” e “La pace non si costruisce con la forza militare”. Manifestazioni coordinate si sono tenute contemporaneamente in 137 luoghi in tutto il Giappone.
È un segnale che il dibattito sulla Costituzione non è solo parlamentare: riguarda l’identità del paese, il suo rapporto con la propria storia e la visione che i giapponesi hanno del proprio futuro.

