In Giappone tornano le proteste contro la riforma della Costituzione

Crowd of protesters with banners and Japanese flags outside National Diet Building under cloudy sky
Crowd of protesters with banners and Japanese flags outside National Diet Building under cloudy sky

Cos’è la Costituzione pacifista giapponese e perché è in discussione

Per capire questa protesta bisogna conoscere la storia della Costituzione giapponese. Entrata in vigore nel 1947, due anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è una delle costituzioni più peculiari del mondo. Il suo Articolo 9 — il cuore del contendere — stabilisce che il Giappone “rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione” e che “non saranno mai mantenute forze militari terrestri, navali o aeree”. È per questo che viene spesso chiamata la “Costituzione pacifista”.

In pratica, il Giappone non ha mai avuto un esercito nel senso pieno del termine: ha le Forze di Autodifesa (in giapponese, Jieitai), create negli anni ’50 con l’appoggio degli Stati Uniti, ma tecnicamente non chiamate “esercito” proprio per rispettare la lettera della Costituzione. Questa ambiguità ha alimentato un dibattito politico che dura da settant’anni.

Il piano di Takaichi e la scadenza di un anno

Il 12 aprile 2026, durante il congresso annuale del Partito Liberal Democratico (LDP) — il partito di governo che guida il Giappone quasi ininterrottamente dal 1955 — la premier Sanae Takaichi aveva dichiarato: “Speriamo di tenere il congresso del partito il prossimo anno in uno stato in cui si possa dire che c’è una prospettiva di proporre una revisione costituzionale.” E aveva aggiunto di voler “chiedere coraggiosamente al popolo se dovremmo svoltare una nuova pagina nella storia”.

Le proposte di modifica più discusse riguardano due punti: l’inserimento esplicito nell’Articolo 9 di un riferimento alle Forze di Autodifesa — che oggi non sono menzionate nella Costituzione — e l’introduzione di un nuovo articolo sulle “emergenze nazionali” che darebbe al governo poteri straordinari in caso di crisi.

I numeri del Parlamento e gli ostacoli alla riforma

La Camera Alta giapponese ha avviato questa settimana i dibattiti sulla revisione costituzionale, in quella che è la prima sessione parlamentare formale sull’argomento dall’annuncio di Takaichi. Modificare la Costituzione richiede una maggioranza dei due terzi in entrambe le camere del parlamento, più un voto favorevole della maggioranza dei cittadini in un referendum popolare. Le opposizioni hanno già definito il calendario di Takaichi irrealistico, e il governo deve fare i conti con il fatto che alla Camera Alta la maggioranza non è altrettanto solida.

Le piazze di questo aprile dicono che il dibattito non è solo parlamentare. Per molti cittadini giapponesi, la Costituzione pacifista non è un testo tecnico-giuridico: è una parte dell’identità nazionale costruita dopo la guerra, un impegno collettivo che ha attraversato ottant’anni di storia. La domanda su come modificarla — o se farlo — è destinata a rimanere al centro della vita politica giapponese per i mesi a venire.

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