
Il Giappone non ha partecipato al conflitto in Medio Oriente, non ha basi militari in Iran e non è parte in causa nella guerra scoppiata il 28 febbraio 2026 quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Eppure, questa guerra lo sta colpendo in modo diretto e doloroso — perché quasi tutto il petrolio che alimenta le sue fabbriche, i suoi camion e le sue case arriva da quella parte del mondo.
Un sondaggio pubblicato il 9 aprile 2026 dalla Tokyo Shoko Research, una delle principali società di ricerca economica del Giappone, ha rilevato che il 78,7% delle aziende giapponesi — quasi quattro su cinque — sta subendo impatti negativi dalla crisi iraniana. Su 7.196 imprese intervistate, ben 5.665 hanno dichiarato di soffrire effetti negativi.
Perché il Giappone dipende così tanto dal Medio Oriente
Per capire l’entità del problema, bisogna sapere un dato fondamentale: il Giappone è quasi completamente privo di risorse energetiche proprie. Non ha petrolio, non ha gas naturale in quantità significative, non ha carbone sufficiente. Lo Stretto di Hormuz — il canale di mare tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano — è l’unica rotta attraverso cui transita il 93% delle importazioni di petrolio giapponesi.
Quando la guerra ha portato all’effettiva chiusura di questo stretto, il Giappone si è trovato di fronte a un’emergenza energetica immediata. I prezzi del greggio sono schizzati, quelli dei derivati — benzina, plastica, fertilizzanti, materiali da costruzione — hanno seguito a ruota. Tutto quello che usa petrolio, in qualche modo, è diventato più caro.
I numeri: cosa colpisce di più le aziende
Tra le aziende colpite, il 70,4% ha indicato come causa principale l’aumento dei costi dei materiali derivati dal petrolio, mentre il 64,8% ha citato il rialzo del prezzo della benzina. Questi problemi sono particolarmente diffusi nel settore manifatturiero e nei trasporti.
Un sondaggio separato del governo ha mostrato che il clima di fiducia delle aziende giapponesi è peggiorato a marzo ai livelli più bassi dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022. E il numero di fallimenti aziendali è cresciuto per il quarto anno consecutivo nel fiscal year 2025, con le previsioni che indicano un ulteriore aumento atteso dall’estate 2026 in poi.
La fiducia dei consumatori è crollata al ritmo più rapido dal Covid
Non sono solo le imprese a essere in difficoltà. Un sondaggio governativo pubblicato sempre il 9 aprile ha rilevato che la fiducia dei consumatori giapponesi è peggiorata a marzo a un ritmo che non si vedeva dalla pandemia di Covid del 2020. I costi del carburante in rialzo stanno erodendo il potere d’acquisto delle famiglie proprio quando i salari reali avevano appena cominciato a crescere dopo anni di stagnazione.
Questo crea un paradosso complicato per la Banca del Giappone (BOJ) — la banca centrale del paese. La BOJ avrebbe le condizioni per alzare i tassi di interesse grazie alla crescita dei salari, ma l’inflazione che si sta creando non è quella che cercava: non è frutto di consumi in aumento, ma di costi dell’energia importata. Si chiama “inflazione da costi” e non segnala benessere, bensì difficoltà.
Cosa sta facendo il governo
Il governo giapponese ha risposto alla crisi liberando le proprie riserve strategiche di petrolio — il Giappone ne ha accumulate circa 470 milioni di barili, sufficienti per circa 254 giorni di consumo interno — e ha reintrodotto sussidi sui prezzi della benzina per contenere i rincari alle pompe. Ha anche autorizzato il riavvio di impianti a carbone più vecchi per garantire la produzione elettrica. Nel frattempo, tratta con fornitori alternativi fuori dal Medio Oriente, dall’Alaska all’America Latina.
Ma la struttura di fondo non cambia in pochi mesi: il Giappone è un’isola senza energia propria, in un mondo dove l’accesso al petrolio è diventato improvvisamente molto più complicato.

