
Il 22 aprile 2026, il Ministero delle Finanze giapponese ha pubblicato i dati sul commercio estero di marzo. I numeri sembrano ottimi in superficie: le esportazioni sono cresciute dell’11,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, accelerando rispetto al +4% di febbraio e superando le previsioni degli analisti, ferme all’11%. Le importazioni sono salite del 10,9%, portando il saldo commerciale a un surplus di 667 miliardi di yen — circa 4,2 miliardi di dollari.
Ma basta leggere i dati per destinazione geografica per capire che sotto questa crescita si nasconde un quadro molto più complicato — e per certi versi preoccupante.
La Cina torna a comprare: l’effetto rimbalzo post-festività
La principale spinta positiva di marzo è venuta dalla Cina. Le esportazioni verso il mercato cinese sono cresciute del 17,7%, trainando la performance complessiva. Anche Taiwan ha registrato un balzo del 27,1% e le esportazioni verso i paesi dell’ASEAN — l’associazione dei paesi del Sud-est asiatico — sono salite del 19,7%.
La spiegazione principale di questa impennata è tecnica: febbraio aveva subito una decelerazione per via delle festività del Capodanno Cinese (il Capodanno Lunare), che ogni anno blocca la produzione e gli acquisti in Cina e in gran parte dell’Asia per circa due settimane. A marzo, con la riapertura delle fabbriche e la ripresa degli ordini, la domanda ha recuperato rapidamente.
I chip e i macchinari per l’IA trainano la crescita
C’è anche un motore strutturale dietro ai numeri positivi di marzo: la domanda globale di semiconduttori e di macchinari per la produzione di chip — spinta dagli enormi investimenti nell’intelligenza artificiale in tutto il mondo — continua a sostenere le esportazioni giapponesi di alta tecnologia.
Le esportazioni di macchinari elettrici — una categoria che include i chip e i circuiti integrati — sono cresciute del 21,5%. Quelle di macchinari industriali — tra cui i sistemi di produzione di semiconduttori — sono salite del 7,1%. Anche verso gli Stati Uniti, le esportazioni sono cresciute del 3,4% — il primo dato positivo in quattro mesi, dopo mesi di difficoltà legate ai dazi di Trump.
Il lato oscuro: il crollo verso il Medio Oriente
Qui la fotografia si incupisce. Le esportazioni giapponesi verso il Medio Oriente sono crollate del 45,9% rispetto a un anno fa, trascinate da un crollo del 36,8% nelle spedizioni di automobili verso la regione. Non è una sorpresa: dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran il 28 febbraio 2026, lo Stretto di Hormuz — il passaggio marittimo stretto tra Iran e Oman attraverso cui transita circa il 20% del commercio petrolifero mondiale — è stato chiuso di fatto al traffico commerciale.
Lo Stretto di Hormuz è per il commercio internazionale quello che un semaforo rotto è per un incrocio principale: quando si blocca, il traffico si accumula ovunque. Le navi cargo che servono il Golfo Persico non possono più passare, le merci non arrivano a destinazione, e le aziende smettono di ordinare.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Anche se l’impatto della crisi petrolifera non si è ancora fatto sentire pienamente sulle importazioni giapponesi — la cui crescita del 10,9% a marzo riflette ancora i prezzi e le spedizioni dei mesi precedenti — gli analisti avvertono che le prossime letture potrebbero essere molto più difficili. La carenza di nafta — un derivato del petrolio usato come materia prima nell’industria petrolchimica — ha già costretto decine di aziende giapponesi ad annunciare stop agli ordini nelle ultime settimane.
Il paradosso del commercio estero giapponese di marzo 2026 è tutto qui: un dato di crescita record in superficie, con una crepa sempre più visibile al di sotto. Quanto a lungo i mercati asiatici e la domanda di chip potranno compensare il vuoto lasciato dalla crisi mediorientale è la domanda a cui nessun economista sa ancora rispondere con certezza.

