
Per ottant’anni, il Giappone non ha venduto armi al resto del mondo. Non perché non sapesse costruirle — le industrie giapponesi producono alcune delle tecnologie militari più avanzate del pianeta — ma per una scelta politica esplicita, radicata nella Costituzione pacifista nata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il 21 aprile 2026, quel principio è stato formalmente abbandonato.
Il Consiglio dei ministri del governo guidato dalla premier Sanae Takaichi ha approvato la revisione delle regole sulle esportazioni di equipaggiamento difensivo, classificando i materiali bellici in due categorie: “armi” — sistemi letali come fregate, carri armati e missili — e “non armi” — equipaggiamento non letale come radar e sistemi di protezione. Le decisioni sulle esportazioni di armi letali saranno esaminate dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, che include la premier e i ministri competenti.
Cosa erano le “tre regole” e come hanno plasmato il Giappone del dopoguerra
Per capire questa notizia, bisogna capire cosa stava cambiando. Il Giappone non ha mai avuto una politica di esportazione di armi nel senso ordinario: dal 1967, una serie di principi noti come “tre regole sul trasferimento di equipaggiamento difensivo e tecnologia” vietavano in modo quasi totale la vendita di materiale bellico all’estero. La versione più restrittiva, introdotta nel 1976, proibiva di fatto qualsiasi esportazione verso qualsiasi destinazione.
In seguito a revisioni successive — nel 2014 il Giappone aveva iniziato a esportare alcune forniture militari non letali, e nel dicembre 2023 aveva approvato la possibilità di vendere alcune armi letali ai paesi da cui aveva acquistato licenze, come gli Stati Uniti — le regole erano già state parzialmente allentate. La revisione del 21 aprile è però la più ampia e strutturale di tutte.
Le nuove regole aboliscono il vecchio sistema che limitava le esportazioni a cinque categorie non letali (soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e dragaggio di mine) e le sostituiscono con un sistema basato sulla distinzione letale/non letale, aprendo in linea di principio la porta a qualsiasi tipo di esportazione verso i paesi partner.
Cosa cambia concretamente: i contratti già in campo
Il governo ha stabilito che il Giappone potrà esportare armi letali a 17 paesi con cui ha già firmato accordi bilaterali sul trasferimento di equipaggiamento difensivo e tecnologia, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Australia e India.
Il primo grande contratto è già firmato. L’Australia ha firmato con il Giappone la fornitura di tre fregate della classe Mogami aggiornate da Mitsubishi Heavy Industries e la produzione congiunta di altre otto unità — il contratto più grande nella storia dell’export militare giapponese, del valore di 6,5 miliardi di dollari. Anche Nuova Zelanda, Filippine e Indonesia hanno espresso interesse per equipaggiamento difensivo giapponese.
Le reazioni: chi approva e chi protesta
La risposta internazionale dei paesi alleati è stata positiva. L’ambasciatore americano in Giappone George Glass ha definito la mossa “un passo storico” che rafforzerà le capacità difensive dei paesi che cooperano con l’alleanza USA-Giappone.
La Cina ha invece criticato duramente la decisione. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha dichiarato che le recenti “mosse pericolose” del Giappone in campo militare contraddicono il suo impegno alla pace e all’orientamento esclusivamente difensivo della sua politica di sicurezza.
In Giappone, la notizia ha scatenato un acceso dibattito. Le opposizioni hanno criticato in particolare il fatto che le esportazioni di armi non richiedano l’approvazione preventiva del Parlamento: sarà il Consiglio di Sicurezza Nazionale a decidere caso per caso, con la Dieta informata solo dopo l’approvazione. Una procedura che molti considerano insufficiente sul piano della supervisione democratica.
Perché questa è una delle svolte più significative dal dopoguerra
Takaichi ha difeso la decisione su X, scrivendo: “Non è cambiato nulla negli 80 anni di storia del Giappone come nazione pacifista.” Allo stesso tempo ha aggiunto: “Nessun paese oggi può difendere la propria pace da solo e ha bisogno di partner che si sostengano reciprocamente.”
È una tensione reale, non solo retorica. Il Giappone si trova a dover conciliare un’identità nazionale costruita sul pacifismo del dopoguerra con le pressioni di un contesto strategico profondamente mutato: la Cina che aumenta la pressione su Taiwan, la Corea del Nord con il suo arsenale nucleare, la Russia in guerra con l’Ucraina, il conflitto in Iran che blocca lo Stretto di Hormuz. Che questa conciliazione sia possibile — e a quali condizioni — è la domanda politica più importante che il Giappone si trova di fronte.

