In Giappone i salari crescono, ma le famiglie spendono meno

C’è un paradosso che i dati pubblicati il 7 aprile 2026 dal Ministero degli Affari Interni giapponese rendono difficile ignorare. Le spese delle famiglie giapponesi, corrette per l’inflazione, sono scese del 1,8% a febbraio 2026 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente — un calo più netto del -1% di gennaio, e ben peggiore del -0,8% che gli economisti si aspettavano. Si tratta del terzo mese consecutivo di cali, una tendenza che preoccupa gli analisti.

Il dettaglio che rende questo dato particolarmente intrigante è il seguente: nello stesso mese, i redditi medi delle famiglie di lavoratori sono cresciuti del 3,0% in termini nominali — cioè in valore assoluto, prima di tener conto dell’inflazione. I giapponesi guadagnano di più, ma spendono di meno. Come si spiega?

Cosa significa “salari reali” e perché è la chiave di tutto

Per capire il paradosso, bisogna distinguere due concetti che spesso si confondono: i salari nominali e i salari reali.

I salari nominali sono quello che appare sulla busta paga: se a febbraio 2025 guadagnavi 400.000 yen al mese e ora ne guadagni 412.000, il tuo salario nominale è cresciuto del 3%. Ma se nel frattempo i prezzi dei beni che compri — cibo, elettricità, benzina, affitto — sono aumentati del 4%, il tuo potere d’acquisto reale è diminuito. Stai guadagnando di più, ma puoi permetterti meno cose di prima.

Questo è esattamente quello che sta succedendo in Giappone. Tra i paesi del G7, solo il Giappone e l’Italia hanno visto i salari reali rimanere praticamente piatti dal 1990. Negli Stati Uniti, in confronto, i salari reali sono oggi circa 1,5 volte quelli di trent’anni fa. Una stagnazione decennale che la situazione attuale rischia di aggravare ulteriormente.

L’inflazione importata e la guerra in Medio Oriente

Dietro ai prezzi che non scendono c’è anche una componente esterna. Dopo che la guerra in Medio Oriente ha fatto schizzare i prezzi del petrolio, la premier Sanae Takaichi ha introdotto sussidi per calmierare il prezzo della benzina e mettere un tetto alle bollette energetiche, già a partire dall’inizio dell’anno.

Il Giappone importa quasi tutto il suo fabbisogno di energia, e uno yen debole — che rende i prodotti esteri più cari da acquistare — aggrava ulteriormente il quadro. La Bank of Japan — la banca centrale del paese, l’equivalente della Banca Centrale Europea in Italia — si trova in una posizione scomoda: il Fondo Monetario Internazionale le ha chiesto questa settimana di continuare ad alzare gradualmente i tassi di interesse, anche di fronte alle nuove incertezze legate al conflitto in Medio Oriente, con l’obiettivo di tenere sotto controllo l’inflazione.

Alzare i tassi significa rendere il costo del denaro più alto — il che in teoria rafforza lo yen e riduce l’inflazione importata, ma rischia anche di frenare ulteriormente i consumi e gli investimenti.

Perché le famiglie non spendono anche quando guadagnano di più

Quando l’inflazione supera i guadagni reali per un periodo prolungato, le famiglie tendono a comportarsi in modo prudente: tagliano le spese discrezionali — viaggi, beni durevoli, svaghi — e preferiscono tenere i soldi da parte, perché temono che i prezzi continueranno a salire. È un meccanismo psicologico ed economico insieme: la fiducia nel futuro viene meno, e le persone stringono i cordoni della borsa anche quando tecnicamente potrebbero allentarli.

In Giappone questo atteggiamento è amplificato da una storia economica particolare. Dopo il boom degli anni Ottanta, il paese ha attraversato decenni di stagnazione e deflazione — prezzi che scendevano invece di salire. I giapponesi hanno imparato ad aspettare che le cose costino meno. Ora che l’inflazione è tornata — e si è stabilizzata sopra il 2% per oltre tre anni — molti non ci credono ancora davvero, e reagiscono con una cautela che rallenta la ripresa dei consumi.

La sfida del governo Takaichi

I dati di febbraio mettono in evidenza la difficoltà del governo Takaichi nel rianimare la domanda interna con misure fiscali che attenuino il peso dei prezzi alti. La premier ha costruito la sua politica economica sull’idea di spendere di più per stimolare la crescita — ma se le famiglie non consumano, l’effetto di quella spesa rimane limitato.

Il dato uscito oggi è un promemoria concreto di quanto sia difficile far ripartire davvero un’economia: non basta che i salari crescano sulla carta. Devono crescere abbastanza da battere l’inflazione, e devono farlo in modo abbastanza stabile da convincere le persone che vale la pena tornare a spendere.

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