Tsunami in Giappone: cause, storia e prevenzione

Large tsunami wave towering over buildings and harbor in coastal village
Large tsunami wave towering over buildings and harbor in coastal village

Se c’è una parola giapponese che il mondo intero ha imparato a conoscere, è proprio tsunami. Non è un caso: quasi un terzo di tutti i grandi tsunami mai registrati nella storia ha colpito il Giappone. La prima volta che la parola è apparsa in inglese è stata nel 1896, sul National Geographic, per raccontare un disastro avvenuto proprio sulla costa nord-orientale del paese.

Ma cosa significa esattamente “tsunami”? E perché il Giappone è così spesso nel mirino di queste onde gigantesche? Soprattutto, come fanno i giapponesi a prepararsi a qualcosa che, per definizione, è imprevedibile?

Cosa significa la parola “tsunami”? (E perché non si dice “onda di marea”)

Partiamo dal nome. Tsunami è formato da due caratteri giapponesi: tsu (津), che significa “porto” o “baia”, e nami (波), che significa “onda” . Quindi, alla lettera, “onda del porto”.

Può sembrare strano: perché chiamare un fenomeno così distruttivo con il nome del luogo dove le barche sono ormeggiate? Perché i pescatori giapponesi, secoli fa, notarono che spesso il mare si ritirava inspiegabilmente dalla costa, per poi tornare con violenza, e il disastro si manifestava con più forza proprio nei porti.

Una precisazione importante: tsunami non significa “onda di marea”. Questa è un’espressione comune ma sbagliata, perché le maree sono causate dall’attrazione gravitazionale della Luna e del Sole, mentre gli tsunami sono causati da spostamenti improvvisi del fondo del mare. L’onda non ha nulla a che fare con le maree. Il fatto che il termine giapponese sia stato adottato in tutto il mondo è un segno della frequenza con cui questo fenomeno colpisce l’arcipelago.

Da dove vengono: la scienza dietro l’onda

La stragrande maggioranza degli tsunami è causata da terremoti sottomarini. Quando due placche tettoniche si muovono bruscamente sotto il fondale marino, spostano una enorme massa d’acqua. Questa massa d’acqua si propaga in tutte le direzioni sotto forma di onde.

In mare aperto, uno tsunami può viaggiare a velocità incredibili — fino a 800 km/h, quella di un aereo di linea — ma con un’altezza modesta, spesso meno di un metro. Per questo una nave in mezzo all’oceano può non accorgersi nemmeno del suo passaggio. Quando l’onda si avvicina alla costa, però, il fondale si alza, l’onda rallenta ma si comprime, e la sua altezza cresce vertiginosamente, arrivando anche a decine di metri.

Uno tsunami non è un’onda singola, ma una serie di onde, e la prima non è sempre la più grande. L’acqua può avanzare per chilometri all’interno della terraferma, trascinando via tutto ciò che incontra.

Perché il Giappone è così esposto?

Il Giappone si trova all’intersezione di quattro placche tettoniche. Due di queste, la Placca del Pacifico e la Placca delle Filippine, sprofondano sotto le placche continentali in un processo chiamato subduzione. Lungo queste zone di subduzione si accumula una enorme quantità di energia, che viene rilasciata periodicamente sotto forma di forti terremoti.

Le due zone di subduzione più pericolose per il Giappone sono:

La Fossa del Giappone (Japan Trench), a est, dove la Placca del Pacifico sprofonda sotto Honshu. Qui si verificano i grandi terremoti che hanno colpito la regione di Tohoku.

La Fossa di Nankai (Nankai Trough), a sud-ovest, dove la Placca delle Filippine sprofonda sotto l’arcipelago. Qui ogni 100-200 anni si verificano terremoti di magnitudo 8 . L’ultimo grande evento nella Fossa di Nankai fu nel 1944-1946, quindi la regione è considerata a rischio.

Una storia lunga 1400 anni

Il Giappone tiene registri dei terremoti e degli tsunami da moltissimo tempo. L’Agenzia Oceanica e Atmosferica degli Stati Uniti (NOAA) ha un database che elenca tsunami in Giappone risalenti all’anno 684. Questo significa quasi 1.400 anni di storia sismica scritta.

Il Grande Terremoto del Kantō del 1923

Uno degli eventi più devastanti della storia moderna giapponese fu il Grande Terremoto del Kantō, il 1° settembre 1923. La scossa, di magnitudo stimata intorno a 8,2, colpì la regione di Tokyo e Yokohama alle 11:58 del mattino. Pochi minuti dopo, uno tsunami alto fino a 12 metri si abbatté sulla costa della penisola di Bōsō e sulla baia di Sagami, spazzando via migliaia di persone.

Ma il vero disastro di quel giorno furono gli incendi. Le case di legno di Tokyo e Yokohama presero fuoco, creando un inferno di fiamme che uccise oltre 100.000 persone . In totale, le vittime del terremoto e del successivo incendio furono circa 140.000. Le vittime dirette dello tsunami furono “solo” 325 , un numero basso rispetto al totale, ma che mostra come anche uno tsunami “moderato” possa essere letale.

Una lunga scia di onde: la Fossa di Nankai

Lungo la Fossa di Nankai, gli scienziati hanno ricostruito la storia degli tsunami degli ultimi 1.300 anni studiando i depositi lasciati dalle onde sulla terraferma . Questi studi mostrano che, nella regione di Tokai, si sono verificati nove grandi tsunami in 1.300 anni, con intervalli che vanno da 90 a 265 anni . L’ultimo fu nel 1944. La regione è oggi in una finestra di rischio per il prossimo “grande”.

Imparare dal passato: la prevenzione dopo il 2011

Ogni grande disastro in Giappone ha portato a un ripensamento delle strategie di difesa. Il Grande Terremoto del Giappone Orientale dell’11 marzo 2011 (magnitudo 9,0) e il successivo tsunami hanno cambiato radicalmente l’approccio del paese alla prevenzione.

Prima del 2011, molte difese costiere erano progettate per resistere a tsunami che si verificano, statisticamente, una volta ogni cento anni circa (chiamati Livello 1 o “disaster prevention level”) . L’onda del 2011 fu molto più grande: una di quelle che si verificano ogni mille anni (Livello 2 o “disaster mitigation level”) . Le difese esistenti non bastarono.

La lezione è stata chiara: non si può fermare uno tsunami di Livello 2, ma si può rallentarlo e guadagnare tempo prezioso per l’evacuazione. È nato così il concetto di “difese multiple” .

Le barriere fisiche: un sistema a strati

L’esempio della città di Sendai, una delle più colpite nel 2011, è emblematico. Oggi Sendai è protetta da un sistema a più livelli :

Argine costiero: una barriera lunga 8,5 km e alta 7,2 metri, progettata per resistere agli tsunami più frequenti (Livello 1) e per ritardare il crollo in caso di onde eccezionali.

Foresta costiera di protezione: una fascia di alberi che aiuta a ridurre la forza dell’onda e a trattenere i detriti.

Strada sopraelevata: una strada rialzata di 10,2 km che funge da seconda barriera.

Colline per l’evacuazione: in vari punti del parco costiero sono state costruite colline artificiali alte 10-15 metri, dove le persone possono rifugiarsi.

Torri e scale di evacuazione: 13 strutture speciali, tra cui torri e scale che portano ai tetti di scuole, che possono accogliere centinaia di persone ad almeno 6 metri di altezza.

Questo approccio “a cipolla” riconosce che nessuna difesa è perfetta, ma molte difese, una dietro l’altra, possono fare la differenza.

Il sistema di allarme: secondi che salvano vite

Il Giappone possiede uno dei sistemi di allerta sismica più avanzati del mondo. Il cuore del sistema è l’Early Earthquake Warning (EEW) , gestito dalla Japan Meteorological Agency (JMA) e operativo dal 2007. Funziona così:

– Una rete di sensori in tutto il paese rileva le prime onde sismiche, le onde P (primarie), che sono veloci ma meno distruttive.

– Un computer calcola istantaneamente l’epicentro e la magnitudo stimata.

– Se il terremoto è potenzialmente pericoloso, viene inviato un avviso a televisioni, radio e cellulari nelle aree che verranno colpite, prima che arrivino le onde S (secondarie), quelle che fanno tremare violentemente .

L’avviso arriva con pochi secondi o decine di secondi di anticipo. Sembra poco, ma in quei secondi si può cercare riparo sotto un tavolo, allontanarsi dalle finestre, o fermare un treno ad alta velocità (lo shinkansen). Il sistema J-ALERT va oltre: permette alle autorità di trasmettere messaggi di emergenza su altoparlanti pubblici e cellulari per qualsiasi minaccia, dai terremoti agli attacchi missilistici.

Anche gli smartphone ricevono automaticamente questi avvisi, grazie a un accordo tra il governo e le compagnie telefoniche. Basta avere un telefono compatibile e il gioco è fatto: nessuna app da scaricare.

E la cultura? L’onda nella letteratura e nell’arte

La frequenza con cui il Giappone è stato colpito da calamità naturali ha lasciato tracce profonde nella sua cultura. Esiste una parola, mono no aware (物の哀れ), che significa “la dolce tristezza delle cose”. È quella sensazione che si prova guardando un fiore di ciliegio sapendo che domani sarà appassito. È l’accettazione della fragilità e della transitorietà di ogni cosa, comprese le opere dell’uomo che un’onda può cancellare in un istante.

Lo scrittore premio Nobel Kenzaburō Ōe ha scritto un romanzo dal titolo “Le acque del diluvio sono giunte nella mia anima”, in cui un gruppo di giovani anarchici sogna un’onda che distrugge il mondo. Il regista Hayao Miyazaki, nel film d’animazione “Ponyo sulla scogliera”, racconta la storia di un mare che si solleva e sommerge una città intera.

Non è solo paura. È un modo di incorporare l’onda nella narrazione collettiva, di trasformare la minaccia in arte e in memoria.

Cosa fare se si è in Giappone durante un terremoto e c’è rischio tsunami

Se vi trovate in Giappone e sentite un forte terremoto, o ricevete un allarme sul telefono, ci sono alcune regole semplici ma fondamentali. Le autorità giapponesi ripetono queste regole continuamente durante le esercitazioni.

Non aspettare: se l’acqua è lì davanti a voi che si ritira, è troppo tardi per mettersi a pensare. Scappate subito, non fermatevi a riprendere video o a cercare i documenti.

Andate in alto, non lontano: l’obiettivo è raggiungere un luogo in altura il prima possibile. I grattacieli in cemento armato sono rifugi sicuri. Cercate le torri di evacuazione o le colline artificiali.

A piedi, non in auto: le strade costiere si intaseranno rapidamente e potrebbero essere bloccate dai detriti. Muoversi a piedi è più sicuro.

Continuate a salire: non fermatevi al primo piano che sembra sicuro. Più in alto siete, meglio è. Lo tsunami del 2011 ha superato in alcuni punti barriere di 10 metri.

State all’erta fino a quando non viene dato il cessato allarme: uno tsunami è una serie di onde. La prima può non essere la più grande. Il pericolo può durare ore.

La probabilità di trovarsi in un grande tsunami durante una vacanza è bassissima, ma conoscere queste regole può salvare la vita. I giapponesi lo sanno. E per questo si esercitano.

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