
Mercoledì 26 marzo la Corte Suprema ha deciso di esaminare sei ricorsi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Sarà la prima volta che il massimo tribunale del paese si esprime sulla questione. Cinque tribunali hanno già dichiarato il divieto incostituzionale.
Mercoledì scorso è successo qualcosa di importante nella politica giapponese dei diritti civili, anche se in modo silenzioso e tecnico. La Corte Suprema del Giappone ha deciso di trasferire sei ricorsi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso alle sue Sezioni Unite, l’organo composto da tutti e 15 i giudici della Corte, che si pronuncia solo sui casi più rilevanti dal punto di vista costituzionale. Questa decisione significa che, probabilmente entro il 2027, il Giappone avrà una sentenza definitiva sulla questione: il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso viola o no la Costituzione?
Per capire perché questo è un momento storico bisogna guardare indietro agli ultimi anni. Il Giappone è l’unico paese del G7 – il gruppo delle sette maggiori economie avanzate – che non riconosce in alcun modo le unioni tra persone dello stesso sesso. Non esiste il matrimonio gay, non esistono unioni civili, non c’è nessuna forma di riconoscimento legale a livello nazionale. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si è mosso dal basso.
Come si è arrivati a questo punto La questione è arrivata alla Corte Suprema attraverso un percorso particolare. A partire dal 2019, diverse coppie dello stesso sesso hanno fatto causa allo Stato giapponese in varie città del paese, chiedendo un risarcimento danni per non poter sposarsi e sostenendo che il divieto viola la Costituzione.
Le cause sono state intentate a Sapporo, Tokyo, Nagoya, Fukuoka e Osaka – le principali metropoli del paese. Cinque Corti d’Appello (Alta Corte) – quelle di Sapporo, Tokyo, Fukuoka, Nagoya e Osaka – hanno dichiarato che le disposizioni del Codice Civile e della legge sui registri di famiglia, che non permettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono incostituzionali.
Questa è una cosa notevole in un paese come il Giappone, dove storicamente i tribunali tendono a evitare di entrare in conflitto con il Parlamento su questioni politicamente sensibili. Ma le sentenze dei tribunali di grado inferiore, pur importanti, non hanno valore vincolante per tutto il paese.
Ogni tribunale ha giurisdizione solo sulla propria area geografica, e le decisioni non sono uniformi: alcuni hanno dichiarato il divieto pienamente incostituzionale, altri hanno adottato formulazioni più caute.
Per questo era inevitabile che la questione arrivasse alla Corte Suprema (Saikō-saibansho), l’organo che ha l’ultima parola sull’interpretazione della Costituzione.
Cos’è la Sezione Unita e perché è importante
La decisione di mercoledì scorso non è solo procedurale. Il Terzo Collegio della Corte Suprema, presieduto dal giudice Michiharu Hayashi, ha trasferito i casi alle Sezioni Unite, presiedute dal Presidente della Corte Suprema Yukihiko Imasaki.
Questo passaggio è significativo perché le Sezioni Unite (Dai-hōtei) si riuniscono solo per i casi di massima rilevanza costituzionale.
Normalmente, i casi alla Corte Suprema vengono esaminati da uno dei tre Collegi composti da cinque giudici ciascuno. Ma quando un caso riguarda l’interpretazione della Costituzione o quando si deve superare un precedente giurisprudenziale importante, il caso viene trasferito alle Sezioni Unite, dove tutti e 15 i giudici della Corte decidono insieme.
Questa sarà la prima volta che la Corte Suprema si esprimerà sulla costituzionalità del divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso. Fino a oggi, il massimo tribunale del paese non aveva mai affrontato direttamente la questione. La sentenza, quando arriverà, avrà valore vincolante per tutto il Giappone e rappresenterà l’interpretazione definitiva su cosa dice la Costituzione giapponese sul diritto al matrimonio.
Cosa dice (e cosa non dice) la Costituzione giapponese
Il cuore della questione legale riguarda l’Articolo 24 della Costituzione giapponese, che recita: “Il matrimonio si fonda unicamente sul consenso reciproco dei due coniugi e viene mantenuto attraverso la cooperazione reciproca con l’uguaglianza dei diritti di marito e moglie come base”.
Il secondo comma aggiunge che le leggi sul matrimonio devono essere emanate “dal punto di vista della dignità individuale e dell’essenziale uguaglianza dei sessi”. La domanda è: quando la Costituzione parla di “marito e moglie” (otto to tsuma), sta descrivendo il matrimonio così com’era inteso nel 1947 (quando la Costituzione fu scritta), oppure sta definendo il matrimonio come qualcosa che può esistere solo tra un uomo e una donna?
Gli attivisti LGBT e molti giuristi sostengono che l’Articolo 24 fu scritto per abolire le vecchie istituzioni patriarcali del periodo imperiale, nel quale il matrimonio era subordinato alla volontà dei capifamiglia e le donne avevano pochissimi diritti. L’obiettivo, secondo questa interpretazione, era garantire l’uguaglianza tra i coniugi e la libertà di matrimonio basata sul consenso individuale – non escludere le coppie dello stesso sesso, che all’epoca semplicemente non erano contemplate nel dibattito pubblico.
Il governo, invece, ha sempre sostenuto che il matrimonio è definito costituzionalmente come unione tra un uomo e una donna, e che quindi permettere il matrimonio tra persone dello stesso sesso richiederebbe una modifica costituzionale. Modificare la Costituzione in Giappone è estremamente difficile: serve il voto favorevole di due terzi in entrambe le Camere del Parlamento, seguito da un referendum popolare.
I partnership locali: un sistema a metà
Mentre la questione legale si trascinava nei tribunali, sul territorio qualcosa si muoveva. Dal 2015, quando il quartiere di Shibuya a Tokyo ha introdotto il primo sistema di “certificati di partnership”, sempre più governi locali hanno creato registri che riconoscono le coppie dello stesso sesso.
Questi certificati non hanno valore legale a livello nazionale – non equiparano le coppie dello stesso sesso ai coniugi eterosessuali – ma permettono alcuni vantaggi pratici. Per esempio, in alcuni ospedali i partner registrati possono essere riconosciuti come “familiari” e quindi avere accesso alle informazioni mediche del compagno ricoverato.
Alcune aziende offrono benefici ai dipendenti che hanno un certificato di partnership, come il congedo per lutto o l’assicurazione familiare. Ad oggi, secondo le stime degli attivisti, oltre 400 amministrazioni locali in tutto il Giappone hanno introdotto qualche forma di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso.
Questo copre circa il 60% della popolazione giapponese. Ma il sistema è frammentato: i certificati emessi da una città non sono necessariamente riconosciuti in un’altra, e non danno accesso ai diritti fondamentali legati al matrimonio, come l’eredità automatica, l’adozione congiunta di figli, o il diritto di non testimoniare contro il proprio coniuge in tribunale.
L’opinione pubblica sta cambiando
Un elemento importante in questa vicenda è il cambiamento dell’opinione pubblica. Secondo i sondaggi più recenti, tra il 60% e il 70% dei giapponesi è favorevole o “non contrario” al riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso. Questo è un cambiamento notevole rispetto a vent’anni fa, quando l’argomento era praticamente assente dal dibattito pubblico.
Il cambiamento generazionale è ancora più marcato: tra i giovani sotto i 30 anni, il sostegno al matrimonio tra persone dello stesso sesso supera l’80%. Ma tra gli over 60, che costituiscono una parte molto significativa dell’elettorato giapponese (il Giappone ha una delle popolazioni più anziane al mondo), il sostegno è molto più basso, e c’è ancora una resistenza culturale significativa.
Questo gap generazionale si riflette nella politica. Il Partito Liberal Democratico (LDP), che governa il Giappone quasi ininterrottamente dal 1955, è tradizionalmente conservatore su queste questioni. Molti dei suoi esponenti più anziani si oppongono apertamente al matrimonio tra persone dello stesso sesso, sostenendo che minerebbe i “valori tradizionali giapponesi” e la struttura della famiglia.
Tuttavia, anche all’interno dell’LDP ci sono segnali di apertura, soprattutto tra i membri più giovani. Nel 2023, il Parlamento ha approvato una legge contro la discriminazione LGBT, anche se con formulazioni molto annacquate e senza meccanismi di enforcement reali. Era comunque un primo passo in un paese dove, fino a pochi anni fa, molti politici sostenevano pubblicamente che l’omosessualità fosse una “malattia” o una “deviazione”.
Il contesto internazionale: l’isolamento del Giappone
Dopo aver ascoltato le opinioni di entrambe le parti nelle cause per risarcimento danni, intentate contro lo Stato principalmente da coppie dello stesso sesso, la Corte Suprema presenterà la sua prima interpretazione costituzionale sulla questione.
Qualunque sia la decisione, avrà ripercussioni non solo in Giappone ma nell’intera regione asiatica. Il Giappone è l’unico membro del G7 senza alcuna forma di riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso.
In Europa e Nord America, il matrimonio gay è legale in quasi tutti i paesi sviluppati. Anche in Asia, Taiwan ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2019, diventando il primo paese asiatico a farlo. La Thailandia ha approvato una legge simile nel 2024, che entrerà in vigore nel 2026.
Questa posizione isolata sta creando problemi pratici. Molte aziende multinazionali con sedi in Giappone faticano a trasferire nel paese dipendenti stranieri LGBT che sono sposati nel loro paese d’origine, perché il Giappone non riconosce il loro matrimonio per questioni di visto. Alcune grandi aziende giapponesi, come Panasonic e Sony, hanno chiesto pubblicamente al governo di modificare la legge proprio per risolvere questi problemi di mobilità internazionale del personale.
Cosa succederà ora
Le Sezioni Unite dovrebbero emettere la propria sentenza già nel corso del prossimo anno, anche se hanno già altri casi da gestire, tra cui uno sulla costituzionalità delle elezioni della Camera dei Consiglieri dello scorso luglio in relazione alle disparità di valore del voto. In altre parole, non c’è una data precisa, ma è probabile che la decisione arrivi entro il 2027.
La Corte ha essenzialmente tre opzioni. Primo, potrebbe confermare che il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso è costituzionale, mettendo fine alla questione e lasciando l’eventuale cambiamento al Parlamento.
Secondo, potrebbe dichiarare il divieto incostituzionale ma dare tempo al Parlamento per legiferare, come hanno fatto i tribunali inferiori.
Terzo – l’opzione più improbabile ma più radicale – potrebbe dichiarare che le coppie dello stesso sesso hanno diritto immediato al matrimonio in base alla Costituzione vigente. La maggior parte degli osservatori si aspetta la seconda opzione: una dichiarazione di incostituzionalità accompagnata da un invito al Parlamento ad agire.
Questo darebbe al governo un mandato chiaro per modificare la legge, ma lascerebbe la forma del riconoscimento (matrimonio pieno, unioni civili, o qualche altra soluzione) alla decisione politica.
La prima ministra Sanae Takaichi, eletta a febbraio 2026, non ha preso una posizione chiara sulla questione. Takaichi appartiene alla corrente conservatrice dell’LDP, ma finora ha evitato di fare dichiarazioni controverse sui diritti LGBT, preferendo concentrarsi su economia, difesa e politica estera.
Il suo partito ha una super-maggioranza alla Camera Bassa ma non alla Camera Alta, e affrontare una questione così divisiva potrebbe complicare ulteriormente i suoi rapporti con le opposizioni. Qualunque sia l’esito, la decisione di mercoledì scorso segna un punto di svolta.
Per la prima volta nella storia giapponese, la Corte Suprema dovrà rispondere a una domanda semplice ma fondamentale: due persone dello stesso sesso hanno il diritto costituzionale di sposarsi? La risposta, tra qualche mese, potrebbe cambiare la vita di milioni di persone.

