Tokuryū: il crimine anonimo che spaventa il Giappone

Digital map of a city with glowing streets and silhouettes of people walking
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Il 14 maggio 2026, quattro ragazzi di 16 anni hanno fatto irruzione nella casa di Eiko Tomiyama, 69 anni, a Kaminokawa, un piccolo comune nella prefettura di Tochigi, a nord di Tokyo. Hanno rubato denaro e oggetti di valore, e hanno accoltellato a morte la donna. Tutti e quattro i ragazzi — studenti di liceo provenienti dalla prefettura di Kanagawa, tra cui uno da Kawasaki — sono stati arrestati entro il 16 maggio.

Con loro è stata fermata anche una coppia di coniugi: Kaito Takemae, 28 anni, e sua moglie Miyu, 25 anni, residenti a Yokohama, ritenuti i mandanti che avevano dato istruzioni ai quattro ragazzi in tempo reale durante il crimine e li avevano minacciati di uccidere le loro famiglie se non avessero partecipato. Il 30 maggio è stato arrestato un quinto studente, di 18 anni, accusato di aver fatto da tramite tra uno dei 16enni e i responsabili dell’organizzazione. Gli investigatori credono che dietro la coppia ci fossero organizzatori di livello superiore, ancora anonimi.

Il caso è diventato immediatamente nazionale. Non solo per la brutalità del fatto, ma per quello che racconta di un fenomeno criminale che il Giappone sta cercando, con crescente urgenza, di capire.

Cos’è un gruppo tokuryū: il crimine senza faccia

Tokuryū — termine composto dalle parole giapponesi tokumei (anonimo) e ryūdō (fluido) — è il nome usato dalla polizia giapponese per descrivere una nuova forma di criminalità organizzata emersa negli ultimi anni, strutturalmente diversa dalla yakuza tradizionale.

I gruppi tokuryū operano secondo una struttura piramidale a quattro livelli. Al vertice stanno i mastermind — gli organizzatori che architettano i crimini ma rimangono completamente nascosti. Al di sotto ci sono i coordinatori, che gestiscono l’esecuzione pratica. Poi ci sono i reclutatori (kakeko, ovvero “chiamanti”), che contattano i potenziali esecutori via telefono o social media. E infine ci sono gli esecutori materiali (ukeko, “riceventi”) — coloro che fisicamente commettono la rapina, l’aggressione o la frode.

I gruppi si formano per un singolo “lavoro” e si sciolgono immediatamente dopo, per riassemblarsi altrove con giocatori diversi. Il termine con cui vengono pubblicizzati questi “lavori” è yami baito — letteralmente “lavoro part-time nell’oscurità”: un impiego illegale proposto come se fosse un normale lavoretto, con pagamenti in contanti e istruzioni che arrivano via app di messaggistica cifrata.

Come si viene reclutati: la trappola dei soldi facili online

La struttura del reclutamento sfrutta tre leve psicologiche precise. La prima è il denaro: le cifre proposte sono molto superiori a qualsiasi lavoro legale accessibile a un adolescente. La seconda è l’anonimato iniziale: non si sa per chi si lavora, ci si convince che il proprio ruolo sia marginale. La terza è il ricatto: una volta entrati nel sistema, i reclutatori ottengono spesso documenti personali o foto compromettenti dei partecipanti, che diventano uno strumento di coercizione. Nel caso di Tochigi, i ragazzi hanno raccontato di essere stati minacciati direttamente: se non avessero partecipato al crimine, avrebbero ucciso le loro famiglie e i loro amici.

Nel 2024, la polizia giapponese ha preso provvedimenti nei confronti di oltre 10.000 persone coinvolte in crimini legati ai tokuryū. Circa il 40% degli arrestati era stato reclutato attraverso i social media.

Perché i ragazzi sono sempre più giovani

La tendenza è documentata: le frodi commesse da adulti si sono evolute in rapine con omicidio commesse da adolescenti. Man mano che i gruppi tokuryū sono cresciuti, la fascia d’età dei loro esecutori materiali si è abbassata. Un altro caso emblematico era stato nel 2023, quando una banda aveva rapinato un negozio di orologi di lusso nel quartiere Ginza di Tokyo: i responsabili avevano tra i 16 e i 19 anni.

Il motivo è logico, se si guarda dalla prospettiva degli organizzatori: i minorenni sono più difficili da condannare con pene severe, sono più facilmente manipolabili, e sono più disperati economicamente. La crisi del costo della vita in Giappone — con l’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie negli ultimi anni — ha ampliato il bacino di potenziali reclutabili tra i giovani.

Come ha scritto l’editorial board del Japan Times il 22 maggio 2026: “È al tempo stesso banale e orribile che le persone vengano reclutate per commettere crimini attraverso i social media. La chiave del successo di questa nuova forma di criminalità è l’anonimato garantito dai mezzi di comunicazione digitale. Affrontarlo correttamente richiede un approccio ampio e multistrato che includa la polizia, ma anche la regolamentazione dei social media, il miglioramento della cultura digitale e la creazione di opportunità economiche in modo che i giovani non siano ingannati o costretti ad accettare questi lavori.”

La risposta dello Stato: strutture dedicate, ma ancora poca legge

Dal 1° ottobre 2025, la Tokyo Metropolitan Police Department ha istituito un quartier generale dedicato specificamente ai gruppi tokuryū, con una divisione speciale focalizzata sui vertici delle organizzazioni. La National Police Agency ha creato un Ufficio di Analisi Informativa sui Gruppi Criminali Anonimi per centralizzare l’intelligence da tutto il paese.

Il problema è però strutturale. La yakuza tradizionale veniva combattuta con un arsenale giuridico specifico — la legge Bōryokudan tsuihō del 1992. I tokuryū, non avendo una struttura formale né una membership stabile, sfuggono a quella legislazione. È un’evoluzione che pone un problema di fondo: il Giappone aveva costruito un sistema per combattere una criminalità organizzata visibile, gerarchica, radicata sul territorio. Ora si trova di fronte a qualcosa di opposto.

Un paese che si credeva al sicuro

Il Giappone è uno dei paesi più sicuri al mondo, con tassi di criminalità violenta tra i più bassi in assoluto tra le grandi nazioni industrializzate. Il fenomeno tokuryū non ha cambiato i numeri in modo radicale — il Giappone resta sicuro in termini statistici. Ma ha scalfito qualcosa di più difficile da quantificare: la certezza che certi tipi di violenza appartenessero ad altri paesi.

Un ragazzo di 16 anni che uccide una donna di 69 perché una coppia di Yokohama, per conto di organizzatori ancora ignoti, gli ha promesso soldi via smartphone è una storia che il Giappone fatica a riconoscere come propria. Eppure è accaduto. E il caso di Tochigi non ha chiuso la domanda più profonda su come fermare ciò che ha reso possibile quel crimine.

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