In Giappone entra in vigore la custodia condivisa

Il 1° aprile 2026, per la prima volta in quasi ottant’anni, il Giappone ha cambiato le regole sul divorzio e sui figli. Da ieri è possibile, dopo la separazione, che entrambi i genitori mantengano l’autorità genitoriale sui propri figli. Sembra una cosa ovvia — e in gran parte del mondo lo è — ma in Giappone non lo era affatto. Fino a ieri, il paese era uno dei pochi al mondo in cui la legge permetteva solo la custodia esclusiva: dopo un divorzio, uno dei due genitori perdeva ogni diritto legale sul figlio.

Cosa cambia con la nuova legge

Il Giappone ha approvato a maggio 2024 una revisione del Codice Civile — la prima riforma del genere in oltre un secolo — che è entrata in vigore proprio ieri. La riforma pone fine al sistema di custodia esclusiva, in base al quale solo un genitore poteva mantenere i diritti genitoriali dopo il divorzio.

I genitori avranno ora la possibilità di scegliere tra custodia condivisa e custodia esclusiva. Se non riescono a trovare un accordo, la decisione spetta al tribunale di famiglia. Il tribunale assegnerà la custodia esclusiva nei casi in cui si sospetti violenza domestica o abusi.

In pratica, la kyōdō shinken (共同親権) — letteralmente “autorità genitoriale congiunta” — significa che entrambi i genitori dovranno concordare insieme le decisioni importanti per il figlio: l’iscrizione scolastica, un trasferimento di residenza, interventi medici significativi. Non è semplicemente una questione di con chi dorme il bambino la sera — è una questione di chi ha voce in capitolo nella sua vita.

La riforma introduce anche un altro elemento importante: un sistema standardizzato di assegno di mantenimento, che permetterà ai genitori di richiedere una somma minima per il mantenimento del figlio anche senza un accordo formale al momento del divorzio.

Perché il Giappone era rimasto solo

Per capire quanto fosse anomala la situazione giapponese, basta guardare i numeri. Secondo uno studio governativo del 2021, un figlio su tre di genitori divorziati perdeva ogni contatto con il genitore non affidatario. Circa il 70% dei genitori non affidatari non aveva alcuna forma di visita dopo il divorzio. Di quel 30% che riusciva a mantenere un rapporto, nella maggior parte dei casi si trattava di poche ore al mese, una volta al mese — una frequenza rimasta invariata dagli anni Sessanta.

Il sistema vigente — la tandoku shinken (単独親権), “autorità genitoriale esclusiva” — risaliva al dopoguerra. Il Codice Civile in vigore fino a ieri, rimasto sostanzialmente invariato dal 1947, permetteva solo la custodia esclusiva. Era uno dei pochissimi sistemi al mondo che non prevedeva alcuna alternativa.

Nella stragrande maggioranza dei casi — circa l’86% — i divorzi in Giappone avvengono per accordo reciproco tramite semplice compilazione di un modulo amministrativo, senza passare per un tribunale. Questo rendeva la questione della custodia ancora più delicata: tutto veniva definito privatamente, spesso senza garanzie per il genitore che perdeva i diritti.

Perché la riforma ha diviso la società giapponese

La nuova legge non ha convinto tutti, e le reazioni sono state accese. Chi ha sostenuto la riforma — in particolare i padri separati, quasi sempre il genitore non affidatario — ha visto in essa una possibilità concreta di tornare a far parte della vita dei propri figli.

Chi si è opposto ha sollevato preoccupazioni serie. Una petizione online contraria alla custodia condivisa, motivata dal timore di esporre le donne a situazioni di violenza domestica continuata, ha raccolto oltre 242.000 firme. Il ragionamento è questo: se un ex partner era violento o controllante durante il matrimonio, obbligarlo a prendere decisioni congiunte dopo il divorzio non fa che prolungare il contatto — e il rischio.

L’introduzione del nuovo sistema ha suscitato reazioni contrastanti: alcuni sopravvissuti ad abusi hanno espresso preoccupazione per la necessità di mantenere contatti con l’ex partner, mentre i sostenitori della riforma l’hanno accolta come un allineamento agli standard internazionali.

Il legislatore ha cercato di tenere conto di entrambe le posizioni: la nuova legge prevede che il tribunale debba assegnare la custodia esclusiva se quella condivisa potrebbe mettere a rischio il benessere del figlio, compresi i casi in cui un genitore rappresenta un pericolo fisico o psicologico, o in cui la violenza domestica rende impossibile una gestione comune. Ma molti critici ritengono che questa tutela sia ancora insufficiente nella pratica, soprattutto considerando le risorse limitate dei tribunali di famiglia giapponesi.

Una pressione internazionale che durava da anni

La riforma non è arrivata nel vuoto. Il sistema della custodia esclusiva era da tempo criticato da organizzazioni straniere, in particolare nei casi di matrimoni internazionali e dispute transnazionali, perché privava il genitore non affidatario di qualsiasi potere legale sulle decisioni importanti della vita del figlio.

Il Giappone aveva ratificato nel 2014 la Convenzione dell’Aia sul sequestro internazionale di minori, ma la sua applicazione era stata problematica proprio a causa del sistema di custodia esclusiva, che rendeva i casi di sottrazione di bambini da parte di un genitore giapponese particolarmente difficili da risolvere.

Il nuovo sistema, che è entrato in vigore ieri, rappresenta un cambiamento strutturale nel quadro legislativo post-bellico che governava le famiglie giapponesi — anche se restano sfide significative, in particolare sulla prevenzione della violenza domestica e sulla necessità di riformare i tribunali di famiglia perché siano meglio attrezzati a gestire i nuovi accordi di custodia.

Il Giappone ha impiegato decenni per arrivare fin qui. Ora inizia la parte più difficile: fare in modo che la legge funzioni davvero.

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