
Per quasi ottant’anni, il Giappone ha fatto una scelta insolita tra le grandi potenze mondiali: non avere un’agenzia di intelligence centralizzata. Nessuna CIA, nessun MI6, nessun equivalente giapponese di una struttura capace di raccogliere, analizzare e coordinare le informazioni riservate da un’unica postazione di comando. Era una scelta deliberata, nata dalla devastazione della Seconda Guerra Mondiale e dal desiderio di costruire un paese che rinunciasse al militarismo del passato.
Ora quella scelta sta per cambiare. Il Partito Liberal Democratico (LDP) — il partito al governo — ha presentato al parlamento giapponese un disegno di legge per riformare in modo radicale il sistema di intelligence nazionale, colmando lacune strutturali che durano da decenni e allineando le pratiche giapponesi a quelle di Stati Uniti e altri alleati.
L’intelligence giapponese: frammentata per scelta
Per capire perché questa riforma è così significativa, bisogna prima capire com’è fatto il sistema attuale. In Giappone, le informazioni riservate sono raccolte da diversi enti separati: il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero della Difesa, la Polizia Nazionale e la Agenzia di Intelligence per la Sicurezza Pubblica. Ciascuno raccoglie informazioni nel proprio settore, ma non esiste un meccanismo sistematico per integrarle e farle confluire in un’unica valutazione strategica.
Al centro del sistema c’è il CIRO — il Cabinet Intelligence and Research Office, in italiano “Ufficio di Ricerca e Intelligence del Gabinetto” — un organismo relativamente piccolo e con poteri limitati. Il CIRO ha un ruolo di aggregazione dell’intelligence prodotta dagli altri ministeri, ma non ha l’autorità legale per imporre la condivisione delle informazioni né la capacità operativa per produrre valutazioni davvero integrate. Il risultato è che un paese che affronta uno degli ambienti di sicurezza più complessi al mondo prende decisioni strategiche basandosi su informazioni che sono, per disegno istituzionale, incomplete.
Cosa prevede la riforma: un “Consiglio dell’Intelligence” guidato dalla premier
Il 13 marzo 2026, il governo ha approvato il disegno di legge per istituire il National Intelligence Council — il Consiglio Nazionale dell’Intelligence — con l’obiettivo di approvarlo nel corso della sessione parlamentare in corso e di avviarlo operativamente entro luglio 2026.
Il nuovo Consiglio sarà presieduto direttamente dalla premier Sanae Takaichi — la prima donna a guidare il governo giapponese — e si occuperà sia della raccolta e analisi delle informazioni sia del contrasto alle attività di spionaggio da parte di agenti stranieri. Insieme al Consiglio, verrà potenziato il CIRO trasformandolo in una vera e propria Agenzia Nazionale dell’Intelligence.
La nuova agenzia avrà il potere legale di obbligare ministeri e uffici governativi a condividere le informazioni che raccolgono, consolidarle e produrre valutazioni di intelligence più complete per la premier. Sarà guidata da un vice ministro parlamentare — un funzionario di rango elevato — segno che si vuole dare al nuovo ente un peso politico concreto.
La legge anti-spionaggio: la novità più controversa
Parallelamente alla riforma strutturale, il governo sta lavorando a qualcosa di ancora più controverso: la prima legge anti-spionaggio del Giappone. Per decenni, il Giappone non ha avuto una legge che criminalizzi in modo esplicito e generale le attività di spionaggio. Un tentativo di introdurla nel 1985 fu ritirato senza votazione a causa delle forti preoccupazioni per i diritti civili. Da allora, il paese è rimasto privo di questa normativa — a tal punto che alcuni esperti lo hanno definito “un paradiso per le spie”.
Il piano include anche l’introduzione di un sistema obbligatorio di registrazione per gli agenti stranieri — cioè individui e aziende che operano in Giappone per conto di governi esteri — che dovranno dichiarare le loro attività alle autorità. Il modello si ispira a sistemi simili già esistenti negli Stati Uniti e in Australia. È previsto anche il divieto di usare telefoni cellulari negli edifici governativi chiave.
Perché adesso, e cosa c’è dietro
La spinta alla riforma non è casuale. Il Giappone si trova in un momento di tensioni regionali acute: la Cina sta potenziando la sua presenza militare nel Pacifico, la Corea del Nord continua a sviluppare missili, e la Russia è coinvolta in un conflitto che ridisegna gli equilibri globali. Tokyo vuole essere in grado di partecipare allo scambio di informazioni con i propri alleati — in particolare gli Stati Uniti — su basi di parità, il che richiede un sistema di intelligence più robusto e strutturato.
Gli analisti concordano che questa non è la nascita di una “CIA giapponese” nel senso di un’agenzia di intelligence offensiva: è piuttosto un lungo e doloroso processo di riorganizzazione interna, per fare in modo che il Giappone smetta di prendere decisioni strategiche con informazioni per definizione incomplete.
Il disegno di legge è ancora in parlamento. Se approvato — come sembra probabile data la supermaggioranza del governo alla Camera Bassa — il Giappone cambierà il proprio approccio alla sicurezza nazionale in modo più profondo di quanto abbia fatto in qualsiasi momento dal dopoguerra.

