In Giappone i salari crescono (ma non per tutti)

Il governo ha annunciato che i salari sono cresciuti del 3,1% nel 2025, il quarto anno consecutivo di record. Ma la notizia nasconde un problema: l’aumento riguarda soprattutto le grandi aziende, mentre le piccole imprese restano indietro.

Martedì 24 marzo il ministero del Lavoro giapponese ha pubblicato i dati ufficiali sui salari dell’anno scorso, e i numeri sembrano positivi: la retribuzione mensile media per i lavoratori a tempo pieno è aumentata del 3,1% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 340.600 yen (circa 2.100 euro), il quarto anno consecutivo di crescita record. È un risultato importante per un paese che per decenni ha visto i salari sostanzialmente fermi.

Ma dietro questi numeri c’è una realtà più complicata. La crescita salariale, infatti, non è stata uguale per tutti: nelle grandi aziende (quelle con più di 1.000 dipendenti) i salari sono aumentati del 5,7%, mentre nelle medie imprese (tra 100 e 999 dipendenti) sono cresciuti solo dell’1%, e nelle piccole (tra 10 e 99 dipendenti) del 2,1%

Questo divario sta creando tensioni nel tessuto economico giapponese, dove la maggior parte dei lavoratori è impiegata proprio in piccole e medie imprese.

Perché i salari stanno finalmente aumentando

Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro. Dal 2022 il Giappone sta vivendo un fenomeno nuovo: l’inflazione persistente. Per la prima volta in trent’anni, i prezzi al consumo sono rimasti sopra il 2% per più di tre anni consecutivi. Questo ha creato una situazione paradossale: mentre negli anni Novanta e Duemila il problema del Giappone era la deflazione (i prezzi che scendevano), ora il problema è che i salari non tenevano il passo con l’aumento dei prezzi.

Il punto di svolta è arrivato con lo shuntō del 2024. Lo shuntō (letteralmente “offensiva di primavera”) è il sistema tipicamente giapponese di negoziazione salariale: ogni anno, a marzo, i principali sindacati del paese si siedono al tavolo con le aziende per concordare gli aumenti. Nel 2024, per la prima volta dopo decenni, i sindacati hanno ottenuto aumenti superiori al 5%, e nel 2025 questo risultato è stato ripetuto.

Il problema delle piccole imprese

Ma perché questa crescita non si sta distribuendo equamente? Il motivo principale è che le grandi aziende giapponesi – i grandi gruppi industriali come Toyota, Sony, Panasonic – sono nella posizione di poter trasferire l’aumento dei costi sui prezzi finali dei loro prodotti. Inoltre, molte di queste aziende esportano all’estero e hanno visto i profitti aumentare grazie allo yen debole (una moneta più debole rende le esportazioni giapponesi più competitive).

La pressione demografica e la carenza di personale

C’è però un secondo fattore che sta spingendo i salari verso l’alto: la carenza di lavoratori. Il Giappone ha una delle società più anziane al mondo, con un’età mediana di 49 anni, e il numero di persone in età lavorativa sta diminuendo rapidamente. Secondo le stime governative, la popolazione attiva (le persone tra i 15 e i 64 anni) è passata da 87 milioni nel 1995 a circa 74 milioni oggi.

Questo significa che le aziende, soprattutto nei settori ad alta intensità di manodopera come la ristorazione, il commercio al dettaglio e l’assistenza agli anziani, fanno sempre più fatica a trovare personale. E per attirare lavoratori, sono costrette ad aumentare gli stipendi. Molte aziende, infatti, hanno dichiarato che aumenteranno i salari nel 2026 non tanto perché i profitti stanno crescendo, ma perché altrimenti rischiano di perdere i dipendenti che hanno.

Il divario di genere si riduce (ma resta ampio)

Un altro dato interessante emerso dal rapporto del 24 marzo riguarda il divario salariale tra uomini e donne. L’indice salariale per le donne è arrivato a 76,6 su una base di 100 per gli uomini, il dato migliore dal 1976, quando sono iniziate le rilevazioni statistiche comparabili. In altre parole, le donne guadagnano in media circa il 23% in meno degli uomini, ma il divario si sta lentamente riducendo.

Questo miglioramento è dovuto a due fattori: da un lato, sempre più donne lavorano a tempo pieno invece che con contratti part-time o temporanei; dall’altro, sta aumentando il numero di donne in posizioni manageriali. Tuttavia, il Giappone resta uno dei paesi sviluppati con il divario di genere più ampio, e i progressi sono ancora lenti.

Cosa succederà ora

La vera domanda è: questi aumenti salariali continueranno? Gli economisti sono divisi. Da un lato, la carenza di manodopera continuerà a spingere le aziende ad aumentare gli stipendi. Dall’altro, ci sono nuvole all’orizzonte: la guerra in Medio Oriente sta facendo salire i prezzi del petrolio (il Giappone importa quasi tutto il suo petrolio), e questo potrebbe erodere i profitti aziendali. Inoltre, le tensioni commerciali con gli Stati Uniti – con i dazi imposti dall’amministrazione Trump – stanno mettendo sotto pressione le aziende esportatrici, in particolare nel settore automobilistico.

La Banca del Giappone, la banca centrale del paese, sta monitorando da vicino l’andamento dei salari perché è uno dei fattori chiave per decidere se continuare ad aumentare i tassi di interesse. Dopo decenni di tassi a zero o negativi per combattere la deflazione, dal 2024 la banca centrale ha iniziato cautamente a rialzare i tassi. Ma può farlo solo se l’economia è abbastanza forte, e l’aumento dei salari è un segnale importante in questo senso.

Per i lavoratori giapponesi, comunque, la situazione resta complicata. I salari reali – cioè i salari corretti per l’inflazione – sono tornati a crescere solo a gennaio 2026, aumentando dell’1,4%, dopo 13 mesi consecutivi di calo. Questo significa che per tutto il 2025, nonostante gli aumenti nominali, il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito perché i prezzi sono cresciuti più velocemente degli stipendi.

Il governo della prima ministra Sanae Takaichi – la prima donna a guidare il paese, eletta nel febbraio 2026 – ha fatto della crescita economica una priorità. Ma resta da vedere se le politiche fiscali espansive che ha promesso (compreso un bilancio record di 122.000 miliardi di yen per l’anno fiscale 2026) riusciranno a sostenere i salari senza alimentare ulteriormente l’inflazione.

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