
In Giappone il nuovo anno scolastico comincia il 1° aprile — non a settembre come in molti paesi occidentali — e ogni primavera migliaia di famiglie fanno i conti con una delle voci di spesa più pesanti della loro vita: il primo anno di università. Un’indagine pubblicata il 7 aprile 2026 dal Tokyo Federation of Private University Faculty and Staff Unions — il sindacato del personale delle università private dell’area metropolitana di Tokyo — ha rivelato che il costo medio per accedere a un’università privata nella capitale ha raggiunto livelli record assoluti dall’inizio delle rilevazioni, nel 1983.
I numeri fanno impressione. Per uno studente che vive fuori casa, le spese complessive dall’iscrizione ai test di ingresso fino al primo mese di frequenza hanno raggiunto in media 2.353.983 yen — circa 14.200 euro — in crescita di quasi 40.000 yen rispetto all’anno precedente. Per uno studente pendolare che vive ancora con i genitori, il costo è salito a 1.647.883 yen — circa 10.000 euro — un aumento di 30.000 yen sul 2024.
Un momento delicato: l’ingresso all’università in Giappone
Per capire cosa rappresentano questi numeri, bisogna prima capire come funziona il sistema universitario giapponese e soprattutto il momento dell’iscrizione.
In Giappone, le università private — che ospitano la grande maggioranza degli studenti universitari del paese — non hanno un’unica procedura di ammissione. Molti aspiranti studenti sostengono esami di selezione in più atenei contemporaneamente, ciascuno con la propria tassa di iscrizione al test. Chi viene ammesso a più università deve spesso pagare la quota di immatricolazione in più istituti per “bloccare” il posto, nella speranza di ricevere poi l’esito della propria università preferita. Un quarto degli studenti finisce per pagare quote di iscrizione multiple, alcune delle quali vengono poi perse se si sceglie un altro ateneo. La Corte Suprema giapponese ha stabilito nel 2006 che queste quote non sono rimborsabili, a differenza delle tasse di frequenza anticipate.
A questo si aggiungono le spese del primo mese: tasse di frequenza, caparre per il dormitorio o l’appartamento, acquisto di attrezzatura, trasferimento. Il tutto concentrato in poche settimane.
Il peso dell’inflazione su chi studia
L’indagine — condotta tra maggio e luglio 2025 su 3.613 genitori di studenti del primo anno in 10 università e college universitari biennali nelle province di Tokyo, Saitama e Tochigi — dipinge un quadro di crescente pressione economica sulle famiglie. I genitori intervistati hanno descritto scelte finanziarie difficili e un’ansia crescente.
Non è difficile capire perché. Il Giappone attraversa da anni una fase di inflazione persistente che ha eroso il potere d’acquisto reale delle famiglie. I prezzi del cibo, dell’energia e degli affitti sono saliti, ma i salari reali — come abbiamo visto — faticano a tenere il passo. L’istruzione universitaria si incunea in questo quadro come una delle spese meno comprimibili: difficile rinunciare all’università, difficile negoziare il prezzo di un test di ammissione.
Gli studenti e il lavoro part-time: una necessità, non una scelta
Una delle conseguenze più significative di questi costi è la dipendenza crescente degli studenti dal lavoro part-time. In Giappone, lavorare mentre si studia è normalissimo — quasi tutti gli universitari hanno un impiego part-time — ma c’è una differenza tra chi lavora per avere un po’ di indipendenza economica e chi lavora perché altrimenti non riesce a pagare l’affitto.
Questa seconda categoria è in crescita. Un’indagine precedente della National Federation of University Cooperative Associations aveva già rilevato che quasi la metà degli studenti universitari giapponesi si preoccupa delle spese quotidiane di vita, con le cifre elevate che pesano significativamente sulla vita accademica.
Il rischio concreto è che gli studenti che lavorano molte ore a settimana dedichino meno tempo allo studio, con effetti sulla qualità della formazione e, in alcuni casi, sul percorso di laurea.
Un problema strutturale che il governo sta iniziando ad affrontare
Il tema del costo dell’istruzione universitaria non è nuovo in Giappone, ma la combinazione di inflazione persistente e stagnazione salariale lo ha reso più urgente. Il governo Takaichi ha già reso gratuita la retta delle scuole superiori private da aprile 2026 — una misura che alleggerisce i costi del ciclo precedente — ma l’università rimane un capitolo aperto.
Il Ministero dell’Istruzione giapponese ha già sollecitato le università private a rivedere la pratica delle quote di iscrizione non rimborsabili, ma senza obblighi vincolanti. L’indagine pubblicata questa settimana arriva proprio all’inizio del nuovo anno accademico, e il suo tempismo non è casuale: i dati escono ogni anno in primavera come un promemoria puntuale di quanto costi, in Giappone, investire nell’istruzione di un figlio.

