Il Giappone dà 375 milioni di dollari a Sony per produrre sensori di immagine

Technicians in protective suits handling semiconductor wafers in cleanroom with ASML equipment
Technicians in protective suits handling semiconductor wafers in cleanroom with ASML equipment

Il 18 aprile 2026, il ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese — conosciuto con la sigla METI — ha annunciato che lo Stato fornirà a Sony sussidi fino a 60 miliardi di yen, pari a circa 375 milioni di dollari, per costruire un impianto produttivo di sensori di immagine nella prefettura di Kumamoto, nel Giappone meridionale.

Il sussidio statale è destinato a garantire una fornitura stabile di semiconduttori — designati come “beni importanti specificati” ai sensi della Legge sulla promozione della sicurezza economica — e sarà utilizzato per le strutture di produzione e le attrezzature dell’impianto. Non è un aiuto di mercato ordinario: è un investimento strategico dello Stato in una tecnologia che il Giappone considera essenziale per la propria indipendenza industriale.

Cos’è un sensore di immagine e perché conta così tanto

Un sensore di immagine è il componente elettronico che trasforma la luce in segnale digitale: è il “cuore” di qualsiasi fotocamera, dal modulo fotografico degli smartphone alle telecamere dei sistemi di guida autonoma. Senza sensori di immagine non funzionano né gli schermi dei telefoni né i radar visivi delle auto a guida assistita.

Sony è già il maggiore produttore mondiale di sensori di immagine. L’obiettivo dell’azienda è rafforzare ulteriormente la propria capacità produttiva e commerciale in un momento in cui la competizione si sta intensificando, con la crescente presenza di rivali cinesi e sudcoreani. Il ministro dell’Industria Ryosei Akazawa ha definito i sensori di immagine “indispensabili per la guida autonoma e per l’intelligenza artificiale fisica”.

La fabbrica di Kumamoto: costi, dimensioni e tempistiche

L’impianto si trova nella città di Koshi, nella prefettura di Kumamoto, ed è in costruzione da parte di Sony Semiconductor Manufacturing — una sussidiaria di Sony con sede nel comune kumamotese di Kikuyo. Il costo totale del progetto è di 180 miliardi di yen, di cui 60 coperti dallo Stato. La fabbrica avrà una capacità produttiva mensile di 10.000 wafer da 300 millimetri — le fette di silicio su cui vengono incisi i circuiti dei semiconduttori — e la produzione dovrebbe partire nel maggio 2029.

Kumamoto non è una scelta casuale. Negli ultimi anni la prefettura è diventata uno dei poli strategici dell’industria dei chip in Giappone: è qui che TSMC — il gigante taiwanese della produzione di semiconduttori — ha aperto il suo primo impianto fuori da Taiwan nel 2024, già con il supporto finanziario del governo giapponese. L’arrivo di Sony rafforza ulteriormente l’ecosistema tecnologico locale.

Perché il Giappone sussidi i chip: la logica della sicurezza economica

Fino a pochi anni fa, sussidiare direttamente un’azienda privata per costruire una fabbrica avrebbe suonato insolito in Giappone come in molti paesi occidentali. Ma la pandemia del 2020-2021, quando la carenza globale di semiconduttori bloccò interi settori produttivi — dalle auto agli elettrodomestici — ha cambiato radicalmente questa visione.

Il Giappone ha risposto approvando nel 2022 la Legge sulla promozione della sicurezza economica, che identifica alcune categorie di prodotti — semiconduttori, farmaci, materie prime critiche — come beni strategici da produrre in casa, indipendentemente dal costo. Il finanziamento alla Sony fa parte di questa spinta più ampia a rafforzare le catene di fornitura nazionali dei semiconduttori, in un momento di competizione internazionale sempre più intensa. È, in sostanza, la traduzione industriale di una nuova logica geopolitica: non basta comprare ciò che serve al prezzo più basso sul mercato globale — bisogna anche saperlo produrre in casa.

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