
Hanno vissuto le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. Molti hanno più di ottant’anni. E il 10 aprile 2026, con una mossa inaspettata, hanno portato la loro battaglia nel cuore del sistema finanziario giapponese — chiedendo alle grandi banche di smettere di finanziare chi costruisce armi nucleari.
L’organizzazione Nihon Hidankyo — la federazione giapponese dei sopravvissuti alle bombe atomiche, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2024 — ha annunciato che lancerà una campagna per chiedere agli istituti finanziari di non investire e non concedere prestiti alle aziende che producono armi nucleari. Lo stesso giorno, una delegazione si è recata alla sede del Sumitomo Mitsui Financial Group — uno dei tre principali gruppi bancari del Giappone — per presentare formalmente la richiesta. La stessa visita è prevista per il Mizuho Financial Group il 17 aprile.
Chi sono i hibakusha e cos’è Nihon Hidankyo
Per capire il peso di questa notizia, bisogna prima capire chi la sta portando avanti. Il termine giapponese hibakusha — letteralmente “persone colpite dall’esplosione” — indica i sopravvissuti alle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima il 6 agosto 1945 e su Nagasaki il 9 agosto 1945. Queste esplosioni uccisero immediatamente circa 120.000 persone e ne ferirono o esposero a radiazioni molte centinaia di migliaia di altre.
Nihon Hidankyo fu fondata nel 1956 dagli hibakusha sopravvissuti, con due obiettivi fondamentali: tutelare i diritti sociali ed economici dei sopravvissuti e garantire che nessuno al mondo debba mai più subire ciò che hanno vissuto loro. Nel 2024, il Comitato Nobel di Oslo ha riconosciuto il lavoro di questa organizzazione con il Premio Nobel per la Pace — una delle assegnazioni più celebrate degli ultimi anni.
Cosa è successo il 10 aprile 2026
Il co-presidente di Nihon Hidankyo, Terumi Tanaka, 93 anni, ha dichiarato in conferenza stampa a Tokyo: “Le armi nucleari sono le armi del diavolo. Qualunque sia la forma, le persone e le aziende non dovrebbero partecipare alla loro creazione.” La segretaria aggiunta Masako Wada ha spiegato che l’obiettivo non è accusare le banche di essere già coinvolte nella produzione di armi nucleari, ma fare in modo che ne diventino consapevoli e che adottino una posizione chiara.
L’argomento usato dagli hibakusha è preciso e moderno: poiché il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) è diventato uno standard internazionale, finanziare le aziende che le producono è contrario alla responsabilità sociale d’impresa. Non si tratta quindi di un appello morale astratto, ma di un argomento legato agli standard ESG — i criteri ambientali, sociali e di governance — che le banche e i grandi investitori sono tenuti a rispettare.
Perché le banche? La logica del disinvestimento
La scelta di rivolgersi agli istituti finanziari piuttosto che ai governi segue una strategia ben consolidata nel mondo dell’attivismo internazionale: togliere denaro alla catena di produzione. Se banche, fondi pensione e assicurazioni smettono di finanziare le aziende produttrici di armi nucleari, queste trovano più difficile raccogliere capitali e sviluppare nuovi sistemi d’arma. È la stessa logica usata per le campagne contro le aziende carbonifere o contro l’industria del tabacco.
In Giappone questa campagna ha un significato aggiuntivo. Il paese non ha armi nucleari — la Costituzione del dopoguerra lo vieta esplicitamente — e per decenni ha sostenuto i principi di non produzione, non possesso e non introduzione di armi nucleari nel proprio territorio. Eppure, con la guerra in Iran che ha riacceso il dibattito globale sul nucleare militare, e con alcuni politici giapponesi che hanno iniziato a discutere apertamente di un possibile riarmo, la pressione degli hibakusha arriva in un momento di forte tensione.
Un Nobel per la Pace, un’urgenza rinnovata
Gli hibakusha sanno che il tempo stringe — nel senso più letterale del termine. La loro generazione sta scomparendo. Terumi Tanaka ha 93 anni; molti dei suoi colleghi li hanno già superati o non ci sono più. La campagna di aprile 2026 va letta anche come un atto finale di testimonianza: portare la memoria di Hiroshima e Nagasaki dentro gli uffici dei grattacieli finanziari di Tokyo, prima che non ci sia più nessuno in grado di farlo di persona.

