L’80% dei giapponesi sa che arriverà il disastro. Ma non si prepara

Un recente sondaggio della Croce Rossa giapponese rivela il paradosso più inquietante del Paese: l’84,1% dei giapponesi crede che un disastro della portata del terremoto del 2011 possa ripetersi nel prossimo futuro, ma il 69,2% ammette di non aver preso misure sufficienti — o di non averne prese affatto.

La minaccia più temuta ha un nome preciso: il Grande Terremoto della Fossa di Nankai, stimato con una probabilità tra il 60% e il 94,5% o superiore nei prossimi 30 anni secondo la revisione del Comitato di Ricerca sui Terremoti di settembre 2025.

La Japan Society of Civil Engineers stima danni per 1.470 trilioni di yen nel corso dei vent’anni successivi al disastro — circa due volte e mezzo il PIL annuale del Giappone

Solo il 26,2% dei giapponesi si dichiara “completamente” o “abbastanza” preparato a un disastro naturale, mentre il 25,8% non ha fatto nulla e il 47,9% ammette di non aver fatto abbastanza —dati che non cambiano significativamente nonostante anni di campagne governative

Il Paese più consapevole del mondo — e il più impreparato

C’è un esperimento mentale che gli psicologi chiamano “intention-action gap”: la distanza tra quello che sappiamo di dover fare e quello che effettivamente facciamo. Sappiamo che dovremmo fare più sport, mangiare meglio, risparmiare di più. Eppure non lo facciamo. In Giappone, questo gap ha dimensioni straordinarie — e conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Il sondaggio della Croce Rossa giapponese, condotto online tra il 9 e il 12 gennaio 2026 su 1.200 persone di età dai 10 ai 69 anni, mostra che l’84,1% dei giapponesi ritiene che un disastro della portata del Tōhoku del 2011 si ripeterà in futuro. Sono persone consapevoli, informate, che hanno vissuto — o guardato in televisione — le immagini delle onde dello tsunami che inghiottivano città intere. Come abbiamo raccontato nell’anniversario del 3/11, quella ferita non si è ancora chiusa. Eppure, quasi sette su dieci di loro non hanno fatto abbastanza per proteggersi.

La psicologia del disastro lontano

Gli psicologi del rischio hanno un nome per questo fenomeno: “normalcy bias” — la tendenza della mente umana a sottovalutare la possibilità e l’impatto di eventi rari ma devastanti. Non è stupidità: è un meccanismo di difesa evolutivo. Il cervello umano fatica a mobilizzarsi contro minacce che non percepisce come imminenti — anche quando i dati dicono che la probabilità è altissima.

A settembre 2025, il Comitato di Ricerca sui Terremoti giapponese ha aggiornato la probabilità di un grande terremoto lungo la Fossa di Nankai a un range tra il 60% e il 94,5% o superiore nei prossimi 30 anni — abbandonando la singola cifra dell’”80%” usata in precedenza, a causa di nuove incertezze nei dati storici di sollevamento del suolo. Il comitato ha però precisato che il livello di pericolo non è cambiato: la situazione rimane quella di un terremoto “che potrebbe avvenire in qualsiasi momento”.

C’è anche un fattore culturale specificamente giapponese. In un Paese dove l’armonia sociale è un valore profondo, parlare apertamente della propria impreparazione significa ammettere una debolezza personale e contribuire a un clima di ansia collettiva. Il risultato è un silenzio paradossale: tutti sanno, nessuno ne parla davvero, nessuno agisce davvero.

Il mostro che dorme sotto l’oceano

Per capire perché il governo giapponese dedica risorse enormi alla preparazione alle catastrofi, basta guardare i numeri legati alla Fossa di Nankai. Secondo la Japan Society of Civil Engineers, i danni da un grande terremoto della Fossa di Nankai potrebbero raggiungere 1.470 trilioni di yen nel corso dei vent’anni successivi al disastro — di cui 225 trilioni di danni diretti alle proprietà e oltre 1.240 trilioni di perdita cumulativa di attività economica. La stima governativa aggiornata del 2025 prevede nel peggiore dei casi 298.000 morti e 292 trilioni di yen di danni diretti.

Si stima che un megaterremoto della Fossa di Nankai potrebbe causare interruzioni dell’elettricità in 29 milioni di case, del gas in 1,8 milioni e dell’acqua in 36 milioni. Le città più vulnerabili — Osaka, Kochi, Tokushima, Hamamatsu — si trovano su delta fluviali e terreni bonificati che si liqueferebbero in caso di forte scossa. Gli tsunami potrebbero raggiungere le coste in meno di tre minuti in alcune aree della penisola di Kii — non abbastanza tempo per evacuare senza una preparazione meticolosa e automatizzata.

Cosa manca concretamente nelle case giapponesi

I dati sull’impreparazione concreta sono illuminanti. Il 41,7% dei giapponesi ha preparato una torcia di emergenza — la voce più comune — seguito dal 38,6% con batterie di riserva e dal 34,9% con scorte di cibo non deperibile e acqua. Meno di un terzo ha quindi le scorte alimentari minime raccomandate dalla Protezione Civile giapponese, che prevede almeno tre giorni di autonomia — preferibilmente sette.

Ancora più preoccupante è la fascia giovane: più del 30% dei giapponesi tra i 20 e i 40 anni non ha fatto alcun tipo di preparazione — la generazione che non ha vissuto il Tōhoku del 2011 come adulto, e che nella propria vita quotidiana di lavoro, social media e vita metropolitana fatica a trovare spazio per pensare all’emergenza. È la stessa dinamica che si osserva in Italia con i terremoti: le generazioni che non hanno vissuto il Friuli del 1976 o l’Irpinia del 1980 tendono a sottovalutare il rischio in modo sistematico.

Il governo giapponese ha risposto costruendo uno dei sistemi di allerta precoce più avanzati del mondo — gli smartphone emettono un segnale di allarme sismico con 10-30 secondi di anticipo — e portando il tasso di edifici antisismici al 90% nel 2023, rispetto al 79% del 2008. Ma la preparazione individuale resta il tallone d’Achille di una società che ha tutto tranne la volontà di pensare al peggio.

Il costo che lo Stato non può sostenere da solo

C’è un’altra dimensione del problema, più politica e finanziaria. I generosi sussidi estesi dopo il 2011 sarebbero probabilmente fuori discussione in caso di un futuro disastro su scala ancora maggiore. In parole semplici: il Giappone non può permettersi di rispondere a un disastro da 1.470 trilioni di yen con lo stesso modello di ricostruzione totalmente finanziata dallo Stato che ha usato dopo il 2011. Il debito pubblico è già vicino al doppio del PIL. Le riserve di bilancio sono tese dal riarmo e dai sussidi per il caro-vita. Se il Grande Terremoto della Fossa di Nankai arrivasse domani, ogni singola famiglia che non ha investito nella propria preparazione individuale diventerebbe un carico in più su un sistema di risposta già al limite.

Cosa sta facendo il governo — e cosa non basta ancora

Il governo Takaichi ha annunciato la creazione di una nuova Agenzia per la Gestione dei Disastri nell’anno fiscale 2026, con l’obiettivo di centralizzare il coordinamento delle emergenze — una lezione diretta dal caos del 2011. Il piano nazionale di resilienza prevede di ridurre le vittime dell’80% in caso di grande terremoto entro i prossimi dieci anni, combinando evacuazione rapida e rafforzamento degli edifici. Un obiettivo ambizioso, ma ancora lontano dal traguardo: molte aree rurali e in spopolamento restano indietro, con edifici vecchi e proprietari anziani che non hanno le risorse per adeguarli.

Sul fronte dell’educazione pubblica, la Croce Rossa ha lanciato una campagna nazionale che usa i dati del sondaggio come leva emotiva: non “dovresti prepararti” in astratto, ma “il tuo vicino sa dove sei diretto in caso di terremoto? Sa dove sono i tuoi figli?”. Un approccio che punta sulla dimensione comunitaria della preparazione, nella speranza che la responsabilità collettiva riesca dove quella individuale ha fallito.

Uno specchio scomodo per l’Italia

Il sondaggio della Croce Rossa è uno specchio scomodo non solo per il Giappone, ma per qualsiasi società che vive con rischi sismici noti e sottovalutati. L’Italia conosce bene questa storia: dal Friuli al Belice, dall’Irpinia all’Aquila fino ad Amatrice, ogni terremoto riapre per qualche settimana il dibattito sulla prevenzione e sulla cultura del rischio. Poi il dibattito si chiude, e si ricomincia da capo.

Il Giappone è il laboratorio più avanzato del mondo per la gestione dei disastri naturali — e il fatto che anche lì, con tutta la tecnologia, la consapevolezza e le risorse disponibili, quasi sette persone su dieci non siano sufficientemente preparate, è il dato più onesto e più utile che questa ricerca ci lascia.

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