Il Giappone vuole esportare armi letali: una svolta storica

Il 6 marzo 2026, l’LDP e il suo alleato Partito per l’Innovazione del Giappone hanno consegnato alla premier Takaichi una proposta formale per rivedere i “Tre Principi” — le linee guida che dal dopoguerra regolano i trasferimenti di equipaggiamento militare giapponese. È il primo passo concreto per aprire l’export di armi letali come cacciabombardieri, cacciatorpediniere e missili.

L’attuale normativa limita le esportazioni militari a cinque categorie strettamente non letali: salvataggio, trasporto, vigilanza, sorveglianza e sminamento — restrizioni che nessun governo aveva mai smantellato del tutto fino ad oggi.

Per l’Italia, che insieme a Gran Bretagna e Giappone sta sviluppando il GCAP — il caccia da combattimento di sesta generazione con consegna prevista nel 2035 — la svolta apre scenari nuovi di cooperazione industriale e accesso a mercati finora preclusi.

La cartella consegnata a Nagatacho

Ieri mattina, davanti alla sede del governo a Nagatacho, due uomini in abito scuro hanno consegnato alla premier Sanae Takaichi una proposta di poche pagine. Yasukazu Hamada, capo della commissione sicurezza dell’LDP, e Seiji Maehara, il suo omologo nel Partito per l’Innovazione del Giappone, hanno presentato formalmente la proposta di revisione delle linee guida operative dei Tre Principi sul trasferimento di equipaggiamento e tecnologia di difesa.

Quel documento contiene qualcosa che nessun governo giapponese aveva mai fatto in modo così esplicito: una proposta per cancellare le restrizioni che confinano le esportazioni militari del Paese a cinque categorie strettamente non letali e aprire la porta alla vendita all’estero di armi vere — caccia, navi da guerra, missili, carri armati. “La nostra posizione è di spostarci verso esportazioni di difesa basate su regole misurate, e il Primo Ministro ha dichiarato di essere pienamente d’accordo,” ha detto Maehara ai giornalisti dopo aver consegnato la proposta.

Sessant’anni di vincoli — e come sono cambiati

I Tre Principi sull’export di equipaggiamento militare giapponese hanno una storia lunga quasi quanto la Repubblica stessa. Nati nel 1967 sotto il premier Satō Eisaku, nel 1976 il premier Miki Takeo li estese di fatto a un divieto quasi totale con una dichiarazione parlamentare che limitava le esportazioni militari verso qualsiasi destinazione. Nel 2014 Abe li riformò consentendo esportazioni in casi specifici, e nel dicembre 2023 Kishida allentò ulteriormente le restrizioni. Ogni revisione era stata piccola, circondata di clausole. La proposta attuale è la prima a voler eliminare le categorie stesse.

La proposta divide l’equipaggiamento militare in due categorie: “armi” — tutto ciò che può uccidere, ferire o distruggere, come carri armati, obici, cacciatorpediniere e missili — e “non-armi”, come i giubbotti antiproiettile. Le esportazioni di armi sarebbero limitate ai 17 Paesi con cui il Giappone ha già accordi bilaterali di trasferimento tecnologico e di difesa. Le esportazioni verso Paesi in guerra sarebbero “vietate in linea di principio”, ma con eccezioni possibili in “circostanze speciali” legate alla sicurezza nazionale. Un’apertura che ha già sollevato domande scomode: chi decide cosa costituisce una “circostanza speciale”? Ucraina? Taiwan? Medio Oriente?

Un gigante industriale che si sveglia

Fino a ieri, le grandi aziende della difesa giapponese — Mitsubishi Heavy Industries, Kawasaki Heavy Industries, IHI, Japan Steel Works — producevano per un solo cliente: lo Stato giapponese. Senza possibilità di esportare armi, i volumi di produzione erano limitati, i costi unitari alti e gli investimenti in ricerca e sviluppo difficili da giustificare.

Le azioni di Mitsubishi Heavy Industries hanno registrato una crescita sostenuta negli ultimi quattro anni, spinte dal riarmo interno. L’apertura all’export potrebbe alimentare una crescita ulteriore. Con la supermajority conquistata alle elezioni di febbraio — la più ampia maggioranza di qualsiasi premier giapponese dal dopoguerra — il governo LDP ha la forza parlamentare per approvare la revisione delle linee guida in modo autonomo, senza aver bisogno del supporto delle opposizioni. L’unico freno è politico, non aritmetico.

Il GCAP e l’Italia: cosa cambia davvero

Per l’Italia, questa non è una notizia da seguire da lontano. Il GCAP — Global Combat Air Programme — è il caccia di sesta generazione sviluppato in consorzio da Italia, Gran Bretagna e Giappone, con Leonardo, BAE Systems e Mitsubishi come pilastri industriali, con consegna prevista entro il 2035.

Vale la pena chiarire un punto: nel marzo 2024 il Giappone aveva già allentato le restrizioni specificamente per il GCAP, consentendo l’export del velivolo finito a Paesi terzi con tre condizioni: solo prodotti finiti, solo verso Paesi firmatari di accordi di difesa con il Giappone, e nessuna vendita a Paesi coinvolti in conflitti attivi. La proposta del 6 marzo 2026 va però ben oltre il GCAP: riguarda tutte le armi letali, aprendo un mercato molto più ampio. Per Australia, Filippine, India e Polonia — Paesi che aspettavano da tempo questo sblocco normativo — si aprono possibilità concrete di acquisto di equipaggiamento giapponese. Per Leonardo e le aziende della filiera italiana della difesa, è una notizia di prima grandezza — anche se ancora tutta da tradurre in ordini concreti.

Il tabù che si spezza — e chi non ci sta

Non tutti i giapponesi accolgono la svolta con entusiasmo. I sondaggi mostrano una società divisa: una maggioranza relativa, soprattutto giovane, supporta il rafforzamento militare di fronte alle minacce regionali di Cina, Corea del Nord e Russia. Ma una quota significativa della popolazione — soprattutto tra gli over 60 — guarda con preoccupazione a ogni passo che avvicina il Giappone a un ruolo di venditore di armi sul mercato internazionale.

La proposta stessa dell’LDP riconosce esplicitamente la necessità di “fornire alla popolazione spiegazioni esaustive” sul cambiamento — una formula diplomatica che tradisce la consapevolezza politica che si sta attraversando un confine simbolico delicato. Takaichi è determinata anche a revisionare la Costituzione pacifista — un passo che richiederebbe una maggioranza dei due terzi anche al Senato e un referendum popolare. Nell’upper house, l’LDP e il suo alleato controllano solo il 48% dei seggi: la supermajority alla Camera bassa non basta.

Cosa succede nei prossimi mesi

Il governo punta a rivedere le linee guida operative già questa primavera — il che significa entro giugno 2026. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale dovrà definire i criteri specifici per l’approvazione caso per caso delle esportazioni di armi letali: un filtro politico ad alto livello, ma non un veto sistematico. I prossimi mesi diranno se la svolta normativa si tradurrà in contratti firmati, o se resterà — almeno per ora — una potenzialità annunciata.

Un confine attraversato

La proposta consegnata ieri a Takaichi è un pezzo di storia. Non per i suoi effetti immediati — che richiederanno mesi di burocrazia, negoziati e approvazioni per diventare concreti — ma per il confine simbolico che attraversa. Il Giappone, il Paese che nella sua stessa Costituzione ha scritto la rinuncia alla guerra, si prepara a vendere armi nel mondo. Lo fa con cautele, clausole e procedure di controllo. Ma lo fa. Per l’Italia, alleata nel GCAP e presente nella stessa catena di fornitura, non è uno scenario astratto: è il contesto in cui le proprie industrie strategiche dovranno muoversi nei prossimi anni.

Scopri di più da Angolo Nippon

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere